Diciamocelo: ci siamo, purtroppo, abituati. Alle macerie di Teheran, alle immagini dei corpi martoriati di Gaza, alle bombe su Tel Aviv. Potremmo abituarci anche agli effetti economici del conflitto tra Israele e Iran, che iniziano ad avvertirsi negativamente su trasporti e logistica, e che interesseranno le imprese gasivore, la produzione, lavorazione e conservazione di alimenti, il settore dell’abbigliamento e delle calzature, oltre a quello del legno, della carta e delle apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Bombardamenti e poi spiragli di tregue, piccoli barlumi di speranza di pace puntualmente smentiti da nuovi bombardamenti. Siamo talmente assuefatti alle notizie di guerra da non percepirle più come notizie. Ma se nei nostri quartieri tutto è rimasto come ieri, senza barricate, senza feriti, senza granate, «se avete preso per buone/le verità della televisione», cantava De André, «anche se allora vi siete assolti/siete lo stesso coinvolti».
Le tensioni geopolitiche e la recrudescenza della crisi in Medio Oriente spingono gas e benzina al rialzo. L’allarme per i rincari, lanciato anche dal Garante per la sorveglianza dei prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), è strettamente collegato alla minaccia, ventilata dall’Iran, di una chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 20% circa del petrolio e del gas per il fabbisogno mondiale. Il conseguente prezzo del petrolio alle stelle provocherebbe ingenti danni per la Cina, primo cliente del greggio iraniano, ma anche per l’Europa. Il diffuso clima di incertezza e instabilità accresce il rischio di recessione.
Abbiamo chiesto un approfondimento al professor Lorenzo Castellani, storico e politologo della Luiss Guido Carli, dove insegna “History of Political Institutions”.
Lo scorso giugno abbiamo scoperto che l’Iran costituisce un pericolo non solo per Israele ma per tutto l’Occidente, in quanto a un passo dalla bomba atomica. Dopo dodici giorni di guerra aperta, l’intervento statunitense, con il bombardamento dei tre siti del programma nucleare iraniano di Fordo, Natanz e Isfahan, sembrava aver accelerato un accordo per il cessate il fuoco. Che cosa è successo?
L’intervento americano, sebbene circoscritto, era fondamentale per fermare il programma nucleare iraniano. Il primo ministro israeliano è riuscito a convincere Donald Trump dapprima mostrando la debolezza militare del governo iraniano e infine proponendo un intervento chirurgico sui siti nucleari. La risposta della repubblica islamica è stata blanda, segno che il governo israeliano aveva ragione sulla debolezza di Teheran. Ora però è il momento della diplomazia: bisognerà fermare ogni forma di combattimento e soprattutto capire se (e fino a quando) il regime iraniano rinuncerà al nucleare, magari in cambio di un allentamento delle sanzioni economiche e della concessione al nucleare civile. È ancora presto per avere certezze, ma la guerra dei dodici giorni ci mostra che Trump non è un isolazionista come viene spesso dipinto e che gli Stati Uniti d’America sono ancora determinanti sul piano militare. Un impero non può dimettersi da sé stesso, anche se l’elettorato esprime orientamenti critici sulle guerre.
L’intervento degli U.S.A. non può non far tornare alla mente quanto è accaduto in seguito all’attacco alle Torri Gemelle di New York. La decisione degli Stati Uniti di intervenire in Afghanistan ebbe un suo riconoscimento nell’ambito del diritto internazionale. Ma oggi assistiamo a uno scenario totalmente nuovo, secondo alcuni inquietante: il presidente Trump ha deciso di inviare i suoi bombardieri più potenti in un altro Paese senza alcun voto, senza alcuna risoluzione o previa consultazione. Si tratta di un salto nel vuoto o di coraggio e della legge del più forte?
È semplicemente la politica, quella vera, fondata sul conflitto come elemento ineliminabile della stessa. Forza e politica non sono mai del tutto scindibili, come spesso hanno pensato le ultime generazioni di europei. Il presidente americano è il capo delle forze armate e può decidere di intraprendere una azione militare limitata in caso di urgenza. Ciò è normale poiché a volte è necessario agire rapidamente e a sorpresa per mandare a buon fine l’operazione militare. Gli Americani lo hanno già fatto in passato e anche nell’ultimo biennio rispetto agli Houthi nel Mar Rosso. Quella in Iran era una azione fondamentale per ripristinare la deterrenza americana non soltanto verso l’Iran ma verso tutte le altre potenze revisioniste come Cina e Russia.
C’è chi parla di morte del diritto internazionale… È così?
È mai stato vivo? Il diritto internazionale è basato sulla volontà degli Stati di rispettare le regole comuni. Se una parte degli Stati non intende rispettare queste regole perché persegue una politica di potenza, di competizione o di tutela dell’interesse nazionale c’è poco da agitarsi. Gli individui possono essere sottoposti a coercizione, sanzione o punizione dopo un equo processo, ma gli Stati no. L’unico mezzo per risolvere le controversie internazionali, piaccia o meno, è la politica (o, se va male, la guerra): se questa riesce a mantenere un equilibrio militare e diplomatico si può pensare al diritto. Nei momenti di disordine, invece, prevale inevitabilmente la violenza in qualche parte del mondo. Il primo caso è molto raro, i periodi di pace assoluta o quasi sono infrequenti e instabili, il secondo è purtroppo molto comune.
Che ruolo ha avuto e avrà l’Europa?
Nel Medio Oriente nessuno. I Paesi europei non hanno alcuna influenza né su Israele né sugli altri attori di quel quadrante. Dopo le primavere arabe, la guerra in Siria, il crollo del Libano, i Paesi europei hanno un margine di manovra limitatissimo. Sono emersi nuovi attori disposti a investire risorse economiche e militari, come la Russia, la Turchia e le petro-monarchie del Golfo. Anche in Ucraina la capacità di risoluzione del conflitto dei Paesi europei è limitata. In altre parole, non può esserci pace senza un coinvolgimento degli Stati Uniti nelle trattative con il governo russo. A Putin, infatti, interessa parlare con Trump e non con Macron o Meloni. Ciò perché gli Stati Uniti dispongono di influenza e potere militare tali da condizionare la Russia e, ovviamente, l’Ucraina. Anche qui la linea “isolazionista” per Trump non è stata a oggi perseguibile, le armi americane continuano ad arrivare a Kiev così come l’intelligence. Le negoziazioni saranno lunghe, per volontà di Putin che spera ancora di avanzare ma anche perché Trump non può lasciar fare alla Russia tutto ciò che vuole, e il ruolo americano in termini di garanzie di sicurezza è imprescindibile.
I Paesi europei possono solo tentare di riarmarsi e rafforzare la propria sicurezza per evitare che in futuro la Russia o altri attori cerchino di attaccare porzioni dei suoi estremi o di destabilizzare internamente alcuni paesi. Inoltre, l’alleanza atlantica resta fondamentale. Chi in Europa pensa che convenga smontare la Nato perché c’è Trump, con le sue sparate antipatiche, si sbaglia di grosso. La forza dell’Occidente è data dall’alleanza transatlantica.
Il linguaggio è uno strumento e manifestazione del potere. Come sta cambiando e come influisce sulle guerre in corso?
Il linguaggio oggi è molto più realista, ha rotto le ipocrisie del passato. Tutti i leader politici tornano a parlare di conflitti, difesa, sicurezza, sovranità. Elementi mai passati, perché consustanziali alla politica, ma che negli ultimi tre decenni sono stati offuscati dai concetti di libero mercato, diritti civili, inclusione, accoglienza, soft power, istituzioni internazionali. Questi ultimi elementi, senza dubbio esistenti e importanti per il mondo occidentale, restano di corredo alla politica vera, il cui cuore risiede in un rapporto fondato sulla forza e l’equilibrio, il conflitto e la competizione tra Stati o alleanze di stati. Senza comprendere questo non si possono capire le guerre, ma nemmeno prevenirle o farle finire. Si vive in una utopia che non esiste. Di conseguenza, si resta intrappolati in un mondo in fiamme da cui non ci si riesce a districare per mancanza di strumenti: è quanto accaduto agli europei negli ultimi vent’anni. Per questo élite politiche formatisi in condizioni oramai superate dagli eventi ci sembrano impotenti e ridicole.
Il Codacons denuncia aumenti record: il timore è per la tenuta del sistema produttivo. Quali sono i rischi maggiori?
Il rischio politico maggiore resta sicuramente l’inflazione: quando ci sono guerre restano delle strozzature nelle catene di approvvigionamento e i costi di materie prime e semilavorati resteranno un tema. L’altro rischio importante è continuare con le politiche del Green Deal andando contro un muro a causa di regole che solo l’UE si è auto-imposta e che contribuiscono a distruggere ciò che resta del sistema industriale europeo. Ne discende che il costo dell’energia resta un grave problema di competitività per le aziende europee e pensare di virare tutto verso le rinnovabili, o verso l’elettrico nella mobilità, aumenta molto le probabilità di suicidio economico degli europei. Il terzo rischio sono i dazi di Trump, che possono rallentare un sistema economico votato per lo più all’esportazione. Il restringimento di alcuni mercati costringe a ripensare la politica economica del vecchio continente, che deve tornare a stimolare di più il mercato interno mentre si cerca un accordo con gli Americani. Il quarto rischio è di tipo culturale: lo smarrimento della cultura industriale delle classi dirigenti europee. In troppi pensano che si possa vivere soltanto di servizi o turismo e che l’industria sia un residuo del passato. Naturalmente non è vero, senza industria non c’è sviluppo tecnologico (basti vedere le filiere dell’IA o dei chip). Ma soprattutto senza industria non c’è Europa, soltanto crisi e depressione.