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Intelligenza Artificiale ed etica: un binomio possibile?

Intervista al Prof. Vittoradolfo Tambone

Negli ultimi anni abbiamo visto nascere sistemi intelligenti sempre più avanzati e l’Intelligenza Artificiale è entrata prepotentemente nella nostra quotidianità, portando temi quali l’etica e la trasparenza degli algoritmi ad essere centrali e dibattuti. Abbiamo approfondito la tematica con il Prof. Vitadolfo Tambone, Dottore di Ricerca in Bioetica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, che ringraziamo per la disponibilità.

 

D: Quali sono le implicazioni etiche relative alla creazione e all’utilizzo di sistemi intelligenti sempre più avanzati?

R: Possiamo considerare i sistemi intelligenti come General Purpose Technology. Non si tratta di una tecnologia qualsiasi ma di qualcosa che ha la caratteristica di essere molto pervasiva, applicabile in modi e settori non prevedibili e capaci di modificare sistemi produttivi e sociali. Alcuni GPT che nella storia dell’Umanità possiamo individuare sono la ruota, la scrittura, la stampa, l’elettricità, l’energia nucleare e il computer. Sono invenzioni (che vuol dire anche scoperte) che hanno cambiato il modo di lavorare, di comunicare, di produrre cultura e memoria, di vivere insomma. Sono invenzioni che dobbiamo salutare con entusiasmo e gratitudine come qualunque progresso che la ragione umana ottiene attraverso una conoscenza del reale più profonda ed una creatività applicativa efficace. Certamente non tutti i libri che sono stati stampati nei secoli sono stati “buoni” libri ma la stampa rimane una invenzione stupenda. La sedia elettrica è un orrore per l’Umanità ma l’elettricità ha salvato e salva milioni di vite. Il computer mi fa perdere la vista ma mi fa vedere lontano.

Per questo penso che la principale implicazione etica che l’Intelligenza Artificiale ci propone è di imparare sempre di più ad usare per il Bene Comune la tecnologia in modo solidale e sostenibile.

L’Intelligenza Artificiale, direbbe Aristotele, produce in noi una “alterazione rafforzativa” il che vuol dire che dobbiamo avere la consapevolezza che usandola faremo molto bene il bene o molto bene il male: la prima implicazione etica è pertanto deciderci per il bene.

 

D: L’etica è una dottrina che si occupa del comportamento umano. Cosa significa parlare di etica relativamente agli algoritmi di intelligenza artificiale?

R: Vuol dire fare una analogia e, come ogni analogia, può essere utile per comprendere meglio alcuni aspetti senza però cadere nella visione identitaria. Un algoritmo è solo per analogia “intelligente”, un algoritmo è solo per analogia “etico”. L’Etica continua ad essere un discorrere razionale, anzi la scienza della felicità umana. Per questo è una delle scienze più belle che conosco e proprio perché è così bella continua ad essere coltivata da millenni in un continuo dialogo attorno ad una stessa domanda: come essere felice?

Possiamo, e dobbiamo, invece parlare di un uso etico degli algoritmi. Un esempio, fra i tanti possibili, può essere usare algoritmi che nel gioco d’azzardo non cambiano le regole se chi gioca sta vincendo troppo. Un altro esempio, questa volta molto inerente alla cosiddetta ingegneria sociale, è l’uso degli algoritmi personalizzanti evitando modulazioni comportamentali che possono sfociare nel plagio. Ma devo dire che per me l’uso etico degli algoritmi consiste in primo luogo nel loro sempre maggiore perfezionamento in modo tale da avere strumenti sempre più efficaci per risolvere i problemi delle persone e dell’ambiente. Detto in altro modo, quanta migliore tecnologia realizziamo tanto più stiamo facendo il nostro lavoro e tanto più stiamo mettendo in pratica quell’Etica del Lavoro ben Fatto che per chi lavora per lo meno 12 ore al giorno è il fondamento della sua vita etica.

 

D: Quali caratteristiche dovrebbe avere l’intelligenza artificiale per consentirci di utilizzarla in modo etico?

R: Oltre a quanto detto sin qui, e forse approfittando della domanda per ribadire l’essenziale, direi che deve essere in evoluzione perfettiva, sapersi ibridizzare con l’intelligenza umana e mettersi a servizio del bene comune. Non so se vogliamo approfondire questi tre aspetti ma forse possiamo esemplificare per capirci meglio. L’AI deve essere in evoluzione perfettiva perché essendo una machine learning è strutturalmente auto-perfezionante anche se l’obiettivo di perfezione che noi gli forniamo deve essere coerente con l’idea di perfezione della società che intendo come bene comune. Un modo di perfezionamento che l’AI ha è quello di essere in continuo dialogo con l’essere umano tanto che si tratta di una tecnologia ibrida sin dall’inizio. Bisogna potenziare questa caratteristica con, per esempio, configurando un GAN ibrido composto da due AI + Intelligenza umana sulla scia dell’idea di intelligenza collettiva ma, appunto, ibrida. Mettersi al servizio del bene comune rafforza l’orientamento completando la visione utilitarista con un personalismo secondo la logica della teoria dei giochi e non secondo una logica a somma zero.

 

D: Come l’intelligenza artificiale può aiutare la ricerca scientifica?

R: In modo pervasivo come ogni GPT, come abbiano detto. È uno strumento potente che può essere applicato praticamente ovunque ma soprattutto dove il lavoro di correlazione sia importante e, naturalmente, penso a tutte le scienze probabilistiche e alle loro applicazioni.

Però vorrei segnalare due ambiti di ricerca scientifica che mi sembra siano particolarmente sponsorizzati (è una analogia) dalla AI.

Il primo ambito è l’antropologia. L’Intelligenza Artificiale ci sta spingendo e ci spingerà a cercare di conoscere meglio l’essere umano nella sua dimensione essenziale (e non solo funzionale): si tratta del drammatico quesito che Philip Dick metteva nella mente (?) del cacciatore di androidi che doveva saper distinguere un Nexus 6 perfezionatissimo da un essere umano vivente, saper trovare quel qualcosa che gli permettesse di dire che anche lui stesso non era, con certezza, un androide. Si tratta in fondo di un impulso a risolvere la centrale distinzione fra esistente e vivente, non tutto ciò che esiste è vivo anche se tutto ciò che vive esiste.

Il secondo ambito, a mio avviso per noi in Italia drammaticamente urgente, la ricerca di base che ci renda capaci di finalmente essere ancora più protagonisti nella innovazione radicale e non solo procedurale.