Il 26 giugno 2020, il giorno in cui ho assunto la carica di Vicepresidente dei giovani di Confindustria, il Paese stava faticosamente uscendo dalla prima ondata del Covid, troppo ottimisticamente inconsapevole che da lì a pochi mesi la pandemia sarebbe tornata ad assediare le nostre vite. Avevamo forse intuito che quell’evento inatteso e capace di tenere in sospeso il mondo intero avrebbe avuto una portata storica. Non immaginavamo, invece, che fosse in realtà un elemento di un rivolgimento epocale più profondo.
In quattro anni abbiamo assistito a trasformazioni delle quali non riusciamo ancora a valutare gli effetti e a definire il perimetro. Al Covid è seguita la guerra in Ucraina e a breve distanza il precipitare della cronica instabilità del medio oriente e l’acuirsi delle tensioni tra Cina e Usa. Se già la pandemia aveva ridisegnato le catene globali del valore, il conflitto ai confini orientali dell’Europa ha portato ad un terremoto per le politiche energetiche del vecchio continente mettendo in discussione il modello economico dei paesi manifatturieri. La crisi, sempre meno latente, attorno a Taiwan ha intaccato la nostra sicurezza di poter contare sulle forniture di microchip e altre componenti ad alta tecnologia.
Le conseguenze di questi eventi le abbiamo viste riplasmare lo scenario economico e le prospettive globali. Possono essere considerate gli acceleratori di dinamiche di lungo periodo che ridefiniranno il sistema mondo insieme a tendenze più profonde come la crisi demografica di molti paesi avanzati, la transizione energetica e la nuova frontiera dell’innovazione tecnologica rappresentata dall’applicazione dell’intelligenza artificiale. Quasi se come in un punto abbastanza circoscritto del tempo una serie di linee di forza avessero scaricato in modo convergente la propria forza trasformatrice.
Il ruolo dell’impresa -in questa fase più che mai- è quella di raccogliere le sfide per costruire il futuro. Più che mai l’espressione “sistema Paese” ci deve aiutare a comprendere le criticità per affrontarle, ad individuare le opportunità per coglierle, ad interpretare la profondità dei cambiamenti per operare al loro interno. In un’ottica di sistema, appunto.
La transizione energetica non può essere affrontata in modo ideologico bensì nel più ampio contesto della ridislocazione della catena delle fonti di approvvigionamento. La diffusione dell’intelligenza artificiale nel sistema produttivo non può essere progettata e attuata senza programmare una politica industriale che renda indipendente l’Europa sul fronte dei microchip. La crisi demografica, di cui l’Italia sconterà i pesantissimi effetti nei prossimi anni, non può essere affrontata senza ripensare profondamente l’intero sistema formativo.
La sfida che sistema industriale italiano e la sua rappresentanza ai trovano innanzi nei prossimi anni è la sfida che riguarda il futuro stesso del Paese.