Quale impresa

Transizione Ecologica: strategie d’impresa, economia circolare e la sfida del Mezzogiorno

Intervista al Direttore di Ricicla TV Monica D’Ambrosio.

La transizione ecologica non è più una parola d’ordine, ma un terreno concreto di competizione, innovazione e governance territoriale. In questa intervista a Monica D’Ambrosio, direttrice di Ricicla TV, si esplorano le sfide culturali e industriali che le imprese italiane devono affrontare per andare oltre la mera compliance, cogliendo le opportunità delleconomia circolare. Dalla gestione dei rifiuti ai nuovi modelli di business, fino al ruolo strategico del Mezzogiorno e agli Stati Generali dell’Ambiente in Calabria, emerge una visione in cui sostenibilità, sviluppo e territorio diventano leve decisive per il futuro del Paese.

Ricicla TV è un punto di riferimento per l’informazione green. Qual è, secondo lei, la principale sfida culturale che le aziende italiane devono superare oggi per completare la vera transizione ecologica, uscendo dalla logica della mera compliance?

La sfida più rilevante è abbandonare l’idea che la sostenibilità sia un adempimento da soddisfare “a valle” dei processi. Finché resterà percepita come un costo o un obbligo normativo, la transizione ecologica non potrà essere pienamente compiuta. La vera discontinuità culturale consiste nell’integrare la sostenibilità nella progettazione dei prodotti, nella gestione delle catene di fornitura e nei modelli di business. Significa passare da un approccio difensivo a uno strategico, in cui la compliance diventa solo il punto di partenza di un percorso che crea valore, competitività e reputazione. Il passaggio da un modello lineare a uno circolare richiede investimenti e innovazione.

Quali modelli di business circolare stanno dimostrando maggiore potenziale di crescita e replicabilità nel contesto imprenditoriale italiano?

In questo momento vediamo tre modelli di business che stanno dimostrando una replicabilità crescente, soprattutto nelle filiere italiane ad alto contenuto manifatturiero:

  1. Remanufacturing e rigenerazione: è particolarmente interessante nei settori meccanico, automotive e ICT, dove l’alta qualità del nostro tessuto produttivo permette di ottenere prodotti rigenerati con performance pari al nuovo, ma impronta ambientale ridotta di oltre il 70%.
  2. Simbiosi industriale: molte PMI stanno sperimentando scambi di flussi di calore, sottoprodotti e materie prime seconde con aziende limitrofe, creando vere micro-reti industriali territoriali che migliorano la competitività e riducono i costi di approvvigionamento.
  3. Product-as-a-Service: ancora agli inizi, ma in rapida crescita soprattutto nella gestione dei beni durevoli e delle apparecchiature elettroniche. Consente alle imprese di passare dalla logica della vendita a quella dell’erogazione del servizio, mantenendo il controllo del ciclo di vita.

Sostenibilità come vantaggio competitivo. Quanto è diventata la sostenibilità ambientale un fattore discriminante e di vantaggio competitivo per l’accesso al mercato ? Vede un aumento della richiesta di trasparenza e tracciabilità sui processi produttivi da parte dei consumatori e degli investitori?

Oggi la sostenibilità non è più un tema collaterale: incide sulla possibilità stessa di stare sul mercato. Nelle gare pubbliche il punteggio dedicato ai criteri ambientali minimi è aumentato; nell’export, soprattutto verso i Paesi del Nord Europa, la tracciabilità delle filiere diventa prerequisito per essere ammessi ai mercati; nelle supply chain globali, le grandi aziende chiedono ai fornitori metriche verificabili su emissioni, rifiuti e utilizzo di risorse. Parallelamente cresce l’esigenza di trasparenza: i consumatori chiedono etichette più chiare, gli investitori pretendono metriche di sostenibilità allineate agli standard internazionali, e il greenwashing viene scoperto molto più rapidamente. La competitività passa sempre di più da processi misurabili e documentabili. Le aziende che si occupano della gestione dei rifiuti e delle utility sono al centro della transizione. Quali innovazioni tecnologiche o partnership strategiche stanno implementando questi player per trasformare i rifiuti da scarto a risorsa industriae?

Le utility stanno accelerando su due fronti: tecnologie e partnership.
Sul lato tecnologico investono in:

  • impianti di selezione automatizzata basata su AI e sensoristica avanzata,
  • piattaforme di tracciamento digitale dei rifiuti (blockchain, data analytics),
  • tecnologie di upgrading dei materiali per ottenere materie prime seconde con qualità paragonabile al vergine.

Sul lato delle partnership, assistiamo alla crescita di joint venture tra utility, consorzi e imprese utilizzatrici, basti consultare l’ultima edizione del Was, il rapporto annuale realizzato da Althesys che nei giorni scorsi ha illustrato perfettamente questa tendenza da parte delle grandi utility per garantire sbocchi industriali stabili ai materiali recuperati. È un segnale di maturità della filiera. Chiaramente vanno sempre fatte le debite differenze tra le grandi utility e le piccole utility. Le prime riescono a costruire modelli di governance vincenti. Le seconde fanno fatica a rimanere competitive ed efficienti. L’Italia mostra ancora divari nella raccolta differenziata, in particolare per alcune frazioni complesse. Quali interventi normativi o incentivi potrebbero sbloccare gli investimenti necessari per chiudere il gap impiantistico, soprattutto nel recupero e riciclo dei rifiuti speciali?Per chiudere il divario impiantistico — soprattutto nei rifiuti speciali e nelle frazioni complesse — servono tre leve:

  1. Procedure autorizzative snelle e tempi certi, che oggi rappresentano il principale ostacolo per gli investitori.
  2. Incentivi mirati agli impianti di riciclo avanzato, in particolare quelli che affrontano plastiche miste, Raee, tessili e rifiuti industriali.
  3. Chiarezza normativa sui criteri End of Waste, elemento essenziale per garantire mercato e stabilità agli impianti di trattamento.

Senza questi tre strumenti, il rischio è che l’Italia continui a dipendere dall’export dei rifiuti.

La performance ambientale è legata al territorio. Come Ricicla TV valuta le migliori pratiche di governance territoriale che permettono alle aziende di gestione dei rifiuti di operare in modo efficiente e innovativo, e quali sono gli ostacoli che permangono, in particolare nelle aree con maggiori difficoltà storiche?

Ricicla TV osserva da anni come la qualità della governance locale sia determinante. Le migliori esperienze sono quelle in cui Comuni e gestori dialogano con continuità. Le autorizzazioni vengono rilasciate rapidamente. I cittadini sono coinvolti nelle scelte impiantistiche. Il controllo ambientale è trasparente e accessibile. Le difficoltà restano soprattutto nei territori con frammentazione amministrativa, opposizioni locali non accompagnate da percorsi di informazione, e difficoltà burocratiche nell’attrarre investimenti. Dove il territorio funziona, anche le aziende possono innovare e i cittadini beneficiarne dal punto di vista ambientale, economico e sociale.

Qual è il principale obiettivo strategico degli Stati Generali dell’Ambiente, e in che modo mirano a catalizzare investimenti e dialogo sull’Economia Circolare specificamente nel Mezzogiorno?

L’obiettivo principale è creare un luogo stabile di confronto tra istituzioni, imprese e comunità locali, per trasformare il Mezzogiorno da territorio “osservato speciale” a laboratorio di sperimentazione dell’economia circolare. La Calabria ha tutte le condizioni per attrarre investimenti — risorse naturali, filiere produttive flessibili e un tessuto di imprese green in crescita — ma necessita di coordinamento e visione. L’evento vuole essere un catalizzatore. Poi guardando oltre, RiciclaTv è anche l’ideatrice del Green Med, expo&symposium, evento che nel 2026 giungerà alla sua settima edizione. Dal 27 al 29 maggio alla stazione marittima di Napoli raduneremo i massimi esperti del Sud in transizione ecologica, energetica e corretta gestione della risorsa idrica. Napoli, porta sul Mediterraneo, ospita e accoglie l’industria, la politica e le grandi menti del Mezzogiorno per restituire al Sud il ruolo di traino di questo Paese.

In che modo l’agenda dell’evento è stata strutturata per facilitare la creazione di network e partenariati concreti tra le imprese green locali, le grandi utility nazionali e le Istituzioni?

La tappa di Lamezia fa parte di un tour che nasce da una nostra idea ma ha subito raccolto il consenso dei grandi Consorzi di filiera e delle Istituzioni centrali. Verremo in Calabria con il Mase, con il Commissario di Governo per le Bonifiche, con i vertici delle principali associazioni di imprese. Porteremo una visione vincente, la caleremo sul territorio in maniera verticale. Ma le proposte di soluzione alle criticità che pure emergeranno, arriveranno dal territorio, la spinta alla crescita deve partire dal basso. Chi è al vertice della piramide deve mettere a disposizione dati di contesto, strumenti normativi e leve economiche e fiscali. Al resto è perfettamente in grado di pensare il tessuto produttivo e industriale calabrese.

Quali sono i temi o le proposte innovative che avranno il potenziale per influenzare la politica ambientale e le strategie di business a livello nazionale nei prossimi mesi?

Dal Sud può arrivare un messaggio chiaro: la transizione non è una questione geografica, ma di visione e capacità di fare sistema. Dalla Calabria potrebbero emergere:

  • proposte su sistemi territoriali integrati per la gestione dei rifiuti e la depurazione delle acque.
  • modelli di comunità energetiche applicate ai distretti industriali,
  • idee per un uso più efficiente delle risorse PNRR e dei fondi europei.

Sono temi che, se raccolti a livello nazionale, possono rafforzare le politiche ambientali dei prossimi anni. La transizione ecologica non è solo un percorso tecnologico: è un cambiamento di mentalità. L’Italia ha eccellenze straordinarie nella manifattura, nelle utility, nella chimica verde. Mettere in rete queste competenze — e raccontarle in modo chiaro e rigoroso — è essenziale per accelerare. La comunicazione non è un elemento accessorio: è lo strumento che consente agli attori del sistema di riconoscersi, collaborare e progettare insieme il futuro.