Come vengono percepiti i giovani?
È la domanda che ci accompagna ogni volta che proviamo a fare la nostra parte. Spesso ci sentiamo dire che non protestiamo abbastanza, o che protestiamo troppo. Nel caso della Palestina, ad esempio, c’è chi giudica la nostra voce e la colloca sempre in eccesso o in difetto. Allo stesso tempo ci viene chiesto di “fare di più per il Paese”, mentre le opportunità concrete spesso mancano o si trovano altrove.
Viviamo un paradosso: siamo chiamati a immaginare un futuro dentro un presente che non abbiamo contribuito a creare. Una cornice economica, geopolitica e sociale costruita da generazioni che ancora oggi detengono gran parte delle leve del potere e faticano a lasciare spazio a chi viene dopo. Così ci ritroviamo spesso a muoverci in una gabbia fatta di vincoli e contraddizioni.
Eppure, un po’ di autocritica è necessaria. Forse sì, siamo una generazione cresciuta nella bambagia, probabilmente più di ogni altra. Con più comfort, più tutele, più possibilità di accesso rispetto ai nostri padri e ai nostri nonni. Forse per questo veniamo spesso percepiti come fragili, viziati, incapaci di sopportare il peso della complessità.
Ma l’immagine che ci viene cucita addosso non racconta tutta la verità.
Qui la letteratura può aiutarci: Telemaco, il figlio di Ulisse, era chiamato “principe” dai Proci che occupavano la sua casa, ma non gli riconoscevano alcuna autorità. Così, spesso, i giovani imprenditori di seconda o terza generazione vengono visti come “figli di papà”, eredi senza merito, più etichettati che ascoltati. Eppure Telemaco, sospinto da Atena, la Dea della Saggezza, capisce che la sua crescita non dipende dal titolo che gli altri gli attribuiscono, ma dal viaggio che compie. Non dal trovare suo padre, ma dal navigare sulla sua scia per costruire una propria identità. È così che da “principe di nome” diventa “principe di fatto”.
Così deve essere per noi. Giovani imprenditori, giovani professionisti, giovani cittadini: non basta il ruolo che ci viene riconosciuto o negato. Serve la possibilità di navigare, di costruire la nostra rotta, di sbagliare e imparare, di lasciare un segno. La Global Sumud Flotilla, che oggi solca il mare verso Gaza, ci ricorda che non bastano gesti isolati o simbolici: occorre un impegno collettivo, capace di generare impatto e cambiamento.
E questa azione può partire proprio dal nostro Movimento che ha la l’opportunità di essere il motore capace di trainare l’Italia verso il futuro, trasformando il potenziale in responsabilità, le idee in cambiamento, le parole in fatti.
Noi giovani non siamo una parentesi da riempire con qualche slogan motivazionale, né un esercito di riserve che aspetta il proprio turno. Siamo già qui, dentro la complessità, con la responsabilità di non abbandonare il campo. E se le condizioni che ereditiamo non sono quelle che avremmo scelto, questo non ci esonera dal provarci.
Perché la vera domanda non è più “come veniamo percepiti”, ma “come vogliamo essere ricordati”.
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