Perché il bando “Women in STEM” è un segnale per l’industria
Nel 2026, la competitività di un sistema economico si misura anche dalla capacità di governare la complessità tecnologica. Dall’intelligenza artificiale generativa alla transizione energetica, le competenze STEM sono ormai una leva decisiva per produttività e innovazione. Eppure, l’Italia continua a correre con il freno a mano tirato: forma talenti femminili brillanti, ma li intercetta ancora poco nei percorsi tecnico-scientifici e li valorizza meno di quanto potrebbe nel mercato del lavoro.
I numeri di un paradosso italiano
I dati AlmaLaurea delineano un quadro netto: le donne rappresentano circa il 60% dei laureati complessivi, ma tra i laureati STEM la loro quota si ferma intorno al 41%.
La media, tuttavia, nasconde squilibri ancora più marcati nei comparti più strategici. In Informatica e ICT, le laureate sono circa il 16,8%, dunque poco meno di una su cinque. In Ingegneria, la presenza femminile si colloca attorno a un quarto del totale, con valori che oscillano tra il 25% e il 26% a seconda del perimetro osservato.
La seconda metà del paradosso emerge dopo la laurea. Le donne, in media, ottengono risultati accademici migliori: il voto medio di laurea è pari a 104,5 su 110, contro il 102,6 degli uomini. Eppure, a cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione resta più alto per gli uomini: 90,2% contro 86,8%, con un divario di 3,4 punti percentuali.
Anche sul piano retributivo la distanza è evidente. A parità di condizioni osservate — lavoro a tempo pieno e iniziato dopo la laurea — le donne dichiarano 1.711 euro netti mensili, contro i 1.927 euro degli uomini, con un differenziale del 12,6%.
In sintesi, l’Italia produce eccellenza femminile, ma ne disperde una parte lungo la filiera che collega formazione e lavoro, proprio nei segmenti in cui la domanda di competenze digitali e tecnico-scientifiche è in più rapida crescita.
“Women in STEM”: investimento sul merito
Per ridurre questo divario non basta incoraggiare: occorre intervenire nei passaggi decisivi dei percorsi formativi e professionali. Uno dei più delicati è quello che conduce verso gli studi avanzati e più selettivi, dove contano orientamento, reti e opportunità concrete.
È in questo spazio che si colloca il bando Women in STEM -promosso dalla Fondazione Giuseppina Mai di Confindustria, realizzato in collaborazione con Fondazione Bracco, Associazioni di Sistema e imprese -che mette a disposizione borse di studio del valore di 3.000 euro ciascuna per studentesse iscritte al primo anno di una laurea magistrale nelle aree STEM nell’anno accademico in corso.
Non si tratta di un semplice sostegno economico, ma di un investimento sul merito. La selezione valorizza infatti parametri rigorosi, a partire dall’eccellenza accademica, misurata attraverso il voto di laurea triennale e la media ponderata degli esami. Il bando interviene così in un punto cruciale del percorso, contribuendo a trasformare il merito in opportunità concreta.
Perché serve una mobilitazione delle imprese
Iniziative di questo tipo sono preziose, ma non possono colmare da sole un vuoto strutturale. Se le donne sono quasi il 60% dei laureati, ma restano minoranza nei settori che alimentano innovazione e produttività, il tema non riguarda soltanto la rappresentanza: riguarda la strategia industriale del Paese.
Un segnale incoraggiante arriva proprio dal progressivo ampliamento della platea dei sostenitori. Edizione dopo edizione, crescono i partner che scelgono di affiancare il bando. È la prova che il tema sta entrando sempre più chiaramente tra le priorità delle imprese.
Oggi sostenere il talento femminile nelle STEM non è soltanto una scelta giusta: è anche una scelta lungimirante. In un’economia che accelera verso il digitale, servono competenze scientifiche e tecnologiche sempre più solide. Eppure, l’Italia continua a valorizzarne soltanto una parte.
In questo senso, iniziative come Women in STEM aiutano a rafforzare il legame tra università e impresa. In un mercato in cui i profili tecnici sono sempre più richiesti, investire su laureate magistrali in ingegneria, informatica, matematica e nelle altre discipline scientifiche significa portare nei team competenze solide, nuove prospettive e una maggiore capacità di rispondere alla complessità.
Per il tessuto produttivo, l’obiettivo dovrebbe essere semplice: non disperdere il valore creato dalla formazione. Se il Paese forma talenti di qualità, deve anche metterli nelle condizioni di crescere, con opportunità credibili, reti solide e percorsi di accesso più chiari. Perché questo percorso produca effetti più ampi e duraturi, è decisivo che il numero delle imprese coinvolte continui a crescere: ampliare la rete dei partner significa moltiplicare opportunità, consolidare il progetto e rafforzarne l’impatto sul sistema produttivo. L’auspicio è che Women in STEM diventi un modello da ampliare: più borse, più mentoring, più raccordo con le imprese, più occasioni di ingresso qualificato nel lavoro. Perché far spazio alle donne nelle tecnologie non è solo una scelta equa: è una scelta che conviene.