Quale impresa

Space economy: la finestra per le Pmi italiane è ora

Nel 2025, lo spazio è diventato una delle infrastrutture critiche della nuova economia globale, ben oltre il dominio delle grandi potenze. Le costellazioni satellitari non servono più solo a scopi scientifici o militari, ma garantiscono accesso globale a Internet, sorveglianza ambientale, sicurezza delle reti e gestione dei dati critici. Un ecosistema ibrido e interconnesso che, tra pubblico e privato, è destinato a ridefinire la competitività nei settori chiave.

Il caso Starlink, con oltre 6.500 satelliti operativi, è l’esempio più visibile di questa trasformazione e dietro c’è una strategia chiara: creare una rete indipendente e onnipresente di connettività spaziale per usi civili, industriali e difensivi. Amazon con Kuiper, OneWeb, i grandi operatori cinesi e diversi consorzi statali sono i competitor di Starlink e stanno rapidamente costruendo autostrade digitali orbitali; in risposta, l’Europa ha lanciato IRIS², un ambizioso programma satellitare da 6 miliardi di euro per dotare il continente di una propria infrastruttura critica nello spazio.

In questo scenario in rapidissima evoluzione, l’Italia si distingue per il contributo attivo di un tessuto di oltre 300 piccole e medie imprese, specializzate in sensoristica, elettronica avanzata, propulsione, materiali compositi, intelligenza artificiale per il controllo missione, ground segment, supporto ingegneristico e servizi di cloud orbitale. È un patrimonio industriale di altissimo profilo, ma ancora troppo sottovalutato nei percorsi di internazionalizzazione e nell’accesso alle grandi commesse.

I progetti IRIDE e RISE stanno entrando in fase operativa con le prime missioni già lanciate, e gare pubbliche previste entro l’autunno.

Le imprese che oggi si affacciano al settore possono guadagnare credibilità per le forniture 2026-2027, posizionandosi come partner affidabili per soggetti istituzionali, agenzie spaziali, consorzi privati e collaborazioni internazionali. Per le Pmi, restare alla finestra rischia di essere un errore strategico irreversibile: il settore evolve con cicli tecnologici lunghi, e chi entra dopo il 2026 troverà barriere d’accesso molto più alte.

È fondamenta le agire su tre livelli e il primo è rafforzare le competenze chiave; le aziende devono investire in formazione e assunzione di profili tecnici verticali su sensoristica miniaturizzata, materiali per uso spaziale, progettazione embedded, integrazione di sistemi cloud e software per missioni autonome. Il secondo è prepararsi ai bandi, perché da luglio e per tutta l’estate saranno pubblicati nuovi bandi Esa, Pnrr e Horizon Europe: è essenziale attivare task force interne per intercettarli, valutare la

compatibilità progettuale, predisporre documentazione tecnica adeguata, e candidarsi anche come fornitori di secondo livello. Il terzo è scegliere una strategia di posizionamento mista, in cui da una parte, l’accordo governativo italiano con Starlink apre a potenziali commesse future nei settori ICT, cybersecurity, reti ibrido-satellitari e sviluppo di infrastrutture sensibili, mentre dall’altra, il programma IRIS² e l’alleanza BROMO tra

Leonardo, Airbus e Thales prefigurano la nascita di un campione

industriale europeo che, tra fine 2025 e inizio 2026, potrebbe generare nuova domanda per Pmi altamente specializzate.

La Commissione Ue ha confermato che la collaborazione italiana con Starlink non compromette la partecipazione al piano europeo: i due canali possono coesistere e vanno entrambi presidiati. Questo significa che ogni impresa interessata al settore deve dotarsi di una roadmap precisa:

investire ora per essere pronta a consegnare tra 12-18 mesi, adattarsi a forniture dual use, e valutare anche il proprio ruolo in consorzi misti, dove il valore non sta solo nella tecnologia posseduta, ma nella capacità di collaborare, integrarsi, co-gestire progetti complessi.

In un momento in cui lo spazio torna ad essere una frontiera fisica,

economica e strategica, la sfida per le imprese italiane non è più solo tecnologica, ma anche culturale. Serve una visione di medio-lungo periodo, la volontà di rischiare e la determinazione a posizionarsi in un’arena globale in cui il vantaggio competitivo si costruisce oggi, ma si consolida domani. Restare a guardare è il vero pericolo, quindi entrare adesso, con i giusti alleati e gli strumenti adeguati, significa diventare parte di una catena industriale che non solo cresce, ma definisce le regole

del nuovo ordine orbitale.