Quale impresa

Social democracy (?)

Nell’era della comunicazione digitale, la politica ha trovato nei social network un nuovo terreno di confronto, capace di ridefinire tempi, linguaggi e modalità del rapporto tra istituzioni e cittadini. Ma questa trasformazione rappresenta un progresso per la democrazia o un rischio per la qualità del dibattito pubblico? La risposta non è univoca, e proprio per questo merita di essere esplorata da prospettive diverse e supportata da dati, analisi e osservazioni concrete.

In questa puntata di “CHIARO|SCURO” mettiamo a confronto due letture opposte dello stesso fenomeno. Da un lato, il CHIARO, che vede nella presenza dei politici sui social un’opportunità per rendere l’informazione più accessibile, il dibattito più aperto e la partecipazione più ampia. Dall’altro, lo SCURO, che individua nei social un possibile fattore di eccessiva semplificazione, polarizzazione e disintermediazione, con effetti potenzialmente distorsivi sulla qualità della democrazia.

Due voci, due interpretazioni, un unico obiettivo: orientarsi meglio rispetto a un tema complesso e sempre più centrale nel nostro tempo.

 

Un’opportunità concreta

La presenza dei politici sui social network rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti del rapporto tra istituzioni e cittadini negli ultimi decenni. Lungi dall’essere una semplice moda o un adattamento superficiale ai nuovi mezzi di comunicazione, essa costituisce un’opportunità concreta per rafforzare la qualità dell’informazione, ampliare il dibattito pubblico e rendere la democrazia più partecipata e inclusiva.

Opinioni più consapevoli

In primo luogo, i social consentono una circolazione delle informazioni più rapida e diretta. I cittadini possono accedere senza mediazioni alle posizioni, alle proposte e alle attività dei rappresentanti politici, riducendo il rischio di distorsioni o semplificazioni eccessive. Questo non significa sostituire il ruolo del giornalismo, che resta fondamentale per il controllo e l’approfondimento, ma integrare le fonti disponibili, permettendo a ciascuno di confrontare versioni diverse e costruirsi un’opinione più consapevole.

Nuovi spazi per un dibattito pubblico più ampio e dinamico

Inoltre, le piattaforme digitali favoriscono un dibattito pubblico più ampio e dinamico. Non si tratta più di una comunicazione unidirezionale, ma di uno spazio in cui gli utenti possono commentare, porre domande, criticare e proporre. Questo scambio continuo, se ben gestito, avvicina i cittadini alla politica, riducendo la distanza percepita tra eletti ed elettori e contribuendo a una maggiore trasparenza. La possibilità di interagire direttamente con chi prende decisioni pubbliche rafforza il senso di responsabilità reciproca e rende il confronto più immediato.

Maggiore interesse per la politica

Dal punto di vista democratico, la presenza dei politici sui social può contribuire a una partecipazione più diffusa. La politica esce dai luoghi tradizionali e diventa accessibile in ogni momento, intercettando anche chi, per età o abitudini, difficilmente seguirebbe i canali istituzionali o i media tradizionali. Questo favorisce la nascita di un interesse più spontaneo e quotidiano per la cosa pubblica, alimentando quella passione politica che è il motore di ogni sistema democratico vitale.

Partecipazione più diffusa

Un ulteriore effetto positivo riguarda l’affluenza alle urne. Quando i cittadini si sentono coinvolti, informati e ascoltati, cresce la probabilità che scelgano di partecipare anche al momento del voto. Il recente referendum sulla giustizia offre un esempio significativo: la vivacità del confronto sui social, aperto e plurale, ha contribuito a diffondere la percezione dell’importanza di una partecipazione ampia, segnando un risultato in controtendenza rispetto alla progressiva diminuzione registrata nelle consultazioni precedenti. Non è un caso che si sia trattato di una delle occasioni in cui il dibattito pubblico è stato più condiviso, accessibile e alimentato da contributi diversi, anche esterni alla politica.

È vero che i social esistono da oltre un decennio e che, nonostante ciò, l’affluenza complessiva è spesso in calo. Ma questo non smentisce il loro potenziale: semmai evidenzia la necessità di un salto di qualità nel modo in cui vengono utilizzati. Se il confronto online resta superficiale o urlato come in discoteca, difficilmente potrà incidere sulla partecipazione. Al contrario, quando diventa uno spazio di discussione reale, in cui politici e cittadini interagiscono in modo costruttivo, ascoltando e rispondendo alle istanze che emergono, può trasformarsi in un potente strumento di mobilitazione civica. Proprio come nel caso del referendum, dove esponenti politici e giornalisti hanno seguito e alimentato il dibattito digitale senza escludere le voci dei non addetti ai lavori, contribuendo a creare un clima di coinvolgimento diffuso. In questa prospettiva, i social possono ancora rafforzare la partecipazione democratica, soprattutto se questo approccio verrà esteso anche alle elezioni politiche, raggiungendo ampie fasce della popolazione e stimolando in particolare l’interesse dei più giovani.

Maggiore visibilità per i partiti più piccoli

Infine, non va sottovalutato il ruolo dei social nel garantire maggiore visibilità ai partiti più piccoli. In un panorama mediatico spesso dominato da pochi attori principali, le piattaforme digitali offrono uno spazio relativamente più aperto, in cui anche realtà meno strutturate possono far conoscere le proprie idee senza dover sostenere costi elevati. Questo contribuisce a un pluralismo più autentico, arricchendo il confronto politico e offrendo agli elettori una gamma più ampia di opzioni.

In definitiva, se utilizzati con responsabilità e consapevolezza, i social network possono diventare strumenti preziosi per rendere la politica più trasparente, partecipata e vicina ai cittadini, rafforzando le basi stesse della democrazia contemporanea.

 

L’illusione della politica e del cambiamento

Interroghiamoci: che cos’è la politica? Secondo Hannah Arendt la politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini, e il senso della politica è la libertà. Ma cosa direbbe oggi? Molto probabilmente che i social danno l’illusione della politica. La politica, da azione collettiva concreta, fatta di confronto, decisioni e responsabilità condivisa, è stata trasformata, dai social, in esperienza individuale, in cui l’utente esprime opinioni con “like” o condividendo contenuti, raramente partecipando a processi decisionali reali.

Inizialmente (negli anni 2000–2010) i social sembravano rivoluzionari: permettevano a chiunque di parlare al mondo, aiutavano a organizzare proteste (es.: la Primavera araba), ma il tempo ha dimostrato che i cambiamenti non sono reali, o comunque non durevoli: mobilitare tante persone online non significa costruire potere politico reale e realizzare cambiamenti concreti. Peraltro, spesso i nuovi leader si sono rivelati molto simili ai precedenti.

Se pensiamo a TikTok, vediamo come la politica sia più narrata da altri che protagonista diretta: è dipendente da influencer, utenti e media. Le scelte di comunicazione tendono alla “spettacolarizzazione” e semplificazione ludica. La politica viene banalizzata e il dibattito politico viene, di fatto, “delegato” a soggetti non competenti o non istituzionali.

La frammentazione del dibattito pubblico

I contenuti dei social sono distribuiti da algoritmi basati sui gusti individuali e non su rilevanza politica. Ciò crea micro-pubblici frammentati e una perdita della dimensione collettiva. Più che una discussione sui problemi, i social incentivano la propaganda autoreferenziale, premiando chi sa intrattenere e non solo chi ha competenze politiche.

Nuovi rischi: disinformazione e polarizzazione

Secondo il Global Risk Report 2026 del World Economic Forum, tra i rischi globali più preoccupanti nel breve termine ci sono la disinformazione e la misinformazione (diffusione di notizie false in modo involontario), che si teme amplieranno anche le distanze sociali e politiche. Rischi che riflettono l’uso strumentale delle tecnologie digitali, e dei social network in particolare, volto a influenzare opinioni pubbliche e a minare la solidità dei sistemi informativi. Abitiamo, inconsapevolmente, bolle ideologiche, le cosiddette “camere dell’eco” (eco chambers), dove utenti assimilati ad altri utenti con la stessa opinione sono privati, alla base, della possibilità di sviluppare capacità critica rispetto alle proprie convinzioni. Ciò spinge le persone alla chiusura, e a una limitazione nel dialogo costruttivo con chi la pensa diversamente, alimentando la polarizzazione sociale e politica. I movimenti estremisti e le divisioni culturali intensificano le pressioni sui sistemi democratici e sulla fiducia delle Istituzioni, con narrazioni che propongono un senso diffuso di esclusione dai processi decisionali. Siamo entrati nell’epoca della post-verità – come definita dall’accademico statunitense Lee McIntyre – in cui il confine tra opinioni e informazioni è sempre più sfumato e preferiamo credere alle cose che si accordano alla nostra mentalità, ai nostri valori o pregiudizi, senza preoccuparci che siano fondate o meno.

 Maggiore disaffezione

Gli algoritmi, creati per diffondere contenuti capaci di attirare l’attenzione e innescare una risposta, tendono a promuovere post moralistici e ostili, carichi di rabbia e offese. Una delle conseguenze è che la maggioranza degli utenti, di solito con posizioni meno dogmatiche e più moderate, è più riluttante all’idea di farsi coinvolgere in discussioni politiche che raramente premiano il ragionamento e la buona fede, e che spesso degenerano in esplosioni di rabbia. Il risultato è una società spaccata: da un lato troviamo persone più radicali e aggressive, particolarmente coinvolte nei dibattiti politici sui social; dall’altro, la disaffezione di chi è più moderato e incline al dibattito costruttivo.

Salvare gli spazi informativi autorevoli

I politici non devono di certo abbandonare i social, ma serve minimizzare i rischi e massimizzare i benefici, innanzitutto presidiando con spazi informativi autorevoli i luoghi in cui più circola la disinformazione. È fondamentale, per esempio, difendere il ruolo della statistica, pilastro della democrazia. “Statistica” intesa come azioni che incentivino una cultura diffusa di attenzione alla ‘realtà statisticata’, cioè una realtà basata sull’evidenza e sull’uso sistematico di modelli di valutazione ex ante ed ex post delle decisioni politiche, come accade a livello europeo, consentendo un dibattito democratico a tutto tondo sugli obiettivi perseguiti e i risultati conseguiti nell’esercizio del potere.

La manipolazione elettorale

Lo scandalo relativo alla società di consulenza Cambridge Analytica sulla gestione illecita dei dati di circa 87 milioni di utenti Facebook, esploso tra il 2016 e il 2018, è un chiaro esempio di come i social possano manipolare le campagne elettorali. Nell’elaborare like, luoghi e commenti tramite algoritmi, la società creava profili degli utenti (cosiddetti ‘profili psicometrici’) da usare in campagne di marketing, per influenzare campagne elettorali come quella americana (in favore di Donald Trump) e quella sul referendum per la Brexit. Al di là del risultato elettorale, è stato minato il senso della politica: la libertà.

Il caso del referendum costituzionale

L’ultimo referendum costituzionale ha efficacemente dimostrato come le campagne mediatiche, soprattutto sui social (es.: Tik Tok e Instagram), siano in grado di produrre un effetto boomerang, spingendo l’utente medio a convincersi di una posizione diametralmente opposta a quella che invece veniva propagandata dallo schieramento mediaticamente più forte (governo, tv pubbliche e private, giornali, etc.). Il risultato della vittoria del “No”, attestato a circa il 54% dei voti, è stato, infatti, raggiunto con la reazione e la reviviscenza delle reti locali e dell’associazionismo, soprattutto giovanile, orientati dalla chiesa, dagli intellettuali e dagli artisti schieratisi in difesa della Costituzione… Che non è stata scritta al tempo dei social.