Quale impresa

SIAMO TUTTE IMPRENDITRICI

Verso il traguardo dei tre anni, la Presidente del Comitato Impresa Donna, Valentina Picca Bianchi, racconta un mandato ricco di confronti, iniziative e sfide: Ogni donna è un’imprenditrice, che si tratti di fondare un’impresa, svolgere un lavoro dipendente o autonomo o dedicarsi alla gestione familiare. Possediamo una capacità straordinaria e innata: quella di armonizzare”.

D: Presidente, come nasce e chi aggrega il Comitato Impresa Donna?

R: Il Comitato Impresa Donna è stato istituito dalla Legge di Bilancio 2021 presso il Ministero dello Sviluppo Economico, oggi Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Lanciato ufficialmente l’8 marzo 2022 dall’allora Ministro Giancarlo Giorgetti, ha visto un rafforzamento della propria attività sotto la guida del Ministro Adolfo Urso, attuale titolare del Dicastero. Il Comitato svolge funzioni di indirizzo, analisi e impulso, con un approccio inclusivo che riunisce alle componenti nominate anche le rappresentanze femminili delle principali associazioni di categoria nazionali. Inoltre, mantiene un dialogo costante con stakeholder ed esperti del settore, promuovendo una visione collaborativa e strategica per sostenere l’imprenditoria femminile in Italia.
Il Comitato è strettamente collegato al “Fondo Impresa Femminile”, istituito dal MIMIT e gestito da Invitalia con l’obiettivo di favorire la nascita e lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali create e guidate da donne con strumenti concreti, come contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati.

D: Dal vostro osservatorio, quali sono le principali sfide che le donne italiane affrontano nel mondo dell’imprenditoria oggi?

R: Le sfide per le donne, e ancor più per le imprenditrici, sono numerose e complesse. La prima, forse la più grande, è quella della consapevolezza: molte donne, pur essendo parte di imprese familiari, socie o addirittura fondatrici, non sempre si percepiscono come titolari o leader. Eppure, essere imprenditrici significa molto di più: assumersi rischi, prendere decisioni coraggiose, affrontare le complessità e costruire una visione che crei opportunità e ispiri chi le circonda.
A ciò si aggiunge la persistente sfida della parità di genere, che purtroppo è ancora lontana dall’essere raggiunta. Le donne continuano a subire discriminazioni sociali e professionali, talvolta interiorizzando una narrazione tossica che le descrive come meno adatte alla leadership o a determinati settori rispetto agli uomini. Di fronte a queste dinamiche, molte si trovano a scegliere percorsi riservati o soluzioni “ad hoc”, come se le loro capacità e possibilità fossero intrinsecamente diverse – e spesso inferiori – rispetto a quelle degli uomini.
Infine, il bivio forse più ingombrante: quello tra carriera e maternità. Per molte donne, l’armonizzazione tra sfera personale e professionale rappresenta una sfida che ancora oggi pesa sproporzionatamente su di loro.

D: Questo tema viene solitamente affrontato per le lavoratrici dipendenti o autonome, vale anche per le imprenditrici? 

R: Certamente, e forse in misura ancor più significativa. Una donna che è al contempo imprenditrice e madre si trova in una condizione particolarmente complessa, priva delle tutele strutturali invece previste per le donne lavoratrici dipendenti. Deve gestire autonomamente il proprio tempo, che non è solo quello dell’azienda ma anche quello della famiglia, una sfida che si acuisce nei primi mesi di vita di un bambino.
Eppure, sostenere l’imprenditoria femminile non significa solo supportare le singole donne, ma generare un circolo virtuoso che va ben oltre. Una maggiore partecipazione femminile all’imprenditoria porta a un aumento dell’occupazione, a una crescita della produttività e della competitività del nostro sistema economico, e contribuisce, infine, a un obiettivo strategico fondamentale per il futuro del Paese: favorire un incremento della natalità.

D: In quali settori e dove troviamo il maggior numero di imprese femminili in Italia?

R: In Italia, le imprese femminili rappresentano una componente vitale del tessuto economico nazionale. Con oltre 1,3 milioni di realtà attive, pari al 22% delle imprese totali (circa 6 milioni).
Le donne imprenditrici si distinguono in alcuni settori strategici, quali: i servizi, l’ospitalità, il turismo – ambiti che mi onoro di rappresentare in qualità di Presidente del Gruppo Donne Imprenditrici Fipe Confcommercio – così come il commercio, la sanità e l’assistenza, la moda e il design e l’agricoltura.
Sostenere queste realtà significa investire in un’Italia più inclusiva, dinamica e competitiva.

D: Su quali iniziative e strumenti siete al lavoro con il Comitato?

R: Il Comitato sta operando con determinazione per individuare criticità e promuovere politiche attive mirate a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle imprese femminili. L’approccio adottato ha puntato sul sostegno alla maternità, al welfare aziendale e al rafforzamento delle competenze manageriali e delle soft skills, elementi fondamentali per affrontare le sfide del mercato.
Sul fronte degli investimenti strutturali, abbiamo avanzato proposte innovative per potenziare i servizi di welfare. Tra queste, l’espansione dell’offerta di asili nido e servizi di babysitting di prossimità e con orari estesi. Inoltre, abbiamo proposto l’introduzione della figura del Temporary Manager presso le Camere di Commercio, un supporto professionale che le imprenditrici potrebbero utilizzare gratuitamente per un periodo minimo di cinque mesi, in particolare durante la maternità.
Un altro punto cardine è il progetto pilota – in collaborazione con Mef, Invitalia e Unioncamere – sulla valutazione d’impatto degli incentivi finora messi in campo a supporto dell’imprenditoria femminile per monitorare e migliorare le future iniziative.
Infine, stiamo lavorando per definire un’identità chiara e condivisa dell’imprenditoria femminile. In questo contesto, abbiamo aderito al “Manifesto Start We-Up”, già presentato al Parlamento europeo nel 2024, che punta a una revisione della definizione di impresa femminile in Italia, ferma al 1992, non più rappresentativa del contesto attuale.

D: A tal proposito, quanto è competitivo il contesto italiano, in termini di supporto all’imprenditoria femminile, rispetto agli altri paesi europei?

R: Negli ultimi anni, l’Italia ha compiuto passi significativi per favorire l’imprenditoria femminile, introducendo strumenti innovativi e politiche mirate. Ma non basta. Tra questi, la certificazione di genere e le quote rosa rappresentano iniziative importanti, che stanno contribuendo a stimolare un cambiamento culturale e organizzativo nelle imprese. Tuttavia, è essenziale che queste misure siano viste come strumenti transitori, finalizzati ad accelerare il raggiungimento della piena parità di genere, a parità di competenze, in tutti i settori produttivi.
Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia è ancora tra gli ultimi posti sul livello di alfabetizzazione finanziaria, in particolare tra le donne, un fattore che limita le opportunità di accesso a strumenti fondamentali per avviare e consolidare un’impresa. Questi dati evidenziano l’urgenza di un intervento strutturale e coordinato, che combini misure di sostegno economico con programmi di formazione, mentoring e sensibilizzazione.

D: Quali sono le ragioni di questi risultati?

Le cause di questi risultati sono molteplici e riconducibili a fattori sociali, culturali, infrastrutturali, educativi e lavorativi, che influenzano profondamente il ruolo delle donne nella società e, di conseguenza, nell’imprenditoria. Diversi studi hanno evidenziato come tali elementi possano agire sia come barriere sia come leve per promuovere l’imprenditorialità femminile.
Tra questi fattori, l’aspetto culturale risulta particolarmente determinante. L’orientamento verso l’imprenditorialità, infatti, non è solo una questione di opportunità oggettive, ma riflette anche le convinzioni individuali, influenzate da un contesto che ancora fatica a riconoscere pienamente il valore e il potenziale delle donne come leader d’impresa.
Il modello tradizionale che assegna alla donna il ruolo primario di responsabile della famiglia e della casa rappresenta un ostacolo significativo. Questa visione, ancora diffusa, può limitare l’accesso a carriere imprenditoriali che richiedono una forte dedizione, tempo e fiducia in sé stesse.

D: Cosa consiglierebbe a una giovane donna che vuole avviare una sua impresa oggi in Italia?

R:Le direi di credere fermamente nella propria idea imprenditoriale, sia essa un sogno, un’intuizione, un’innovazione, un brevetto, o una passione. Così come è capitato a me, una passione trasformata con coraggio in un’impresa nel settore del banqueting e degli eventi di lusso. Non esiste un percorso predefinito per diventare imprenditrici, ma una formazione completa rappresenta una solida base per valutare la fattibilità di un progetto e affrontare le sfide che si presenteranno.
Accettare il fallimento come parte del percorso imprenditoriale è un passo fondamentale: ogni errore è un’opportunità per apprendere e migliorare. La forza delle donne nel mondo dell’impresa risiede nella loro capacità di creare connessioni autentiche, di ascoltare profondamente e di mettere al centro le persone, i valori e la sostenibilità. Per questo, le consiglierei di non abbandonare mai il proprio stile di leadership per conformarsi a modelli tradizionali, ma di valorizzare ciò che la rende unica.
Infine, le ricorderei che fare impresa è un atto di coraggio. Non si tratta solo di produrre valore economico, ma anche, e soprattutto, di generare valore sociale, cultura, relazioni e connessioni. Con il proprio impegno, un’imprenditrice può ispirare le persone intorno a sé e, soprattutto, le giovani generazioni, dimostrando che fare impresa è una scelta capace di trasformare la società, creando un futuro più equo, inclusivo e sostenibile.