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QFP, ora si entra nel vivo: gli Stati membri cercano l’intesa entro la fine dell’anno

Sul tavolo risorse, priorità strategiche e lo scontro tra Paesi frugali e amici della coesione.

A un anno di distanza dalla presentazione della prima proposta della Commissione europea, il 16 luglio 2025, il negoziato sul bilancio di lungo periodo dell’Unione europea è ora entrato nella sua fase più delicata. Seguendo un iter legislativo molto articolato e complesso, il pacchetto complessivo sul nuovo Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034, composto da 36 proposte legislative, è in discussione al Consiglio dell’UE, l’istituzione che avrà l’ultima parola sulla forma e sul contenuto delle risorse che Bruxelles potrà spendere nei prossimi anni, con la Presidenza irlandese che sarà chiamata a ricomporre le profonde divergenze tra gli Stati membri. L’obiettivo resta quello di raggiungere un’intesa politica entro la fine del 2026, condizione essenziale per consentire l’adozione della normativa settoriale nel corso del 2027 e garantire la continuità dei finanziamenti europei a partire dal 1° gennaio 2028. Al tempo stesso, il negoziato sul QFP si conferma sempre più come una discussione sul futuro modello di integrazione europea: non solo quanto spendere, ma anche come ripartire le risorse tra competitività, sicurezza, coesione territoriale e transizione verde e digitale, definendo il ruolo che il bilancio comune sarà chiamato a svolgere in un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e da una competizione economica sempre più intensa.

Cos’è il QFP e cosa prevede la proposta della Commissione

Si tratta del principale strumento di investimento pubblico dell’Unione europea: è attraverso il QFP che Bruxelles può orientare l’impiego del denaro pubblico del settennato. Nella sua proposta, la Commissione punta a costruire un bilancio maggiormente orientato alle nuove priorità strategiche europee, tra cui competitività, sicurezza e difesa, introducendo al contempo una forte semplificazione dell’architettura finanziaria. Da una parte, facendo confluire oltre 50 programmi di finanziamento in 16 strumenti, organizzati in tre nuovi pilastri: Fondo europeo per la competitività (ECF) e FP10, dedicati alla ricerca, all’innovazione e alla crescita economica; Global Europe, per gli investimenti strategici fuori dall’Europa; e, infine, i Piani nazionali e regionali di partenariato (NRPPs), che ricalcano il funzionamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le nuove risorse di questo pilastro verrebbero assegnate a ogni Stato membro al raggiungimento degli obiettivi, per aumentare l’efficacia della spesa, tra cui figurano anche la coesione e la Politica agricola comune. Tutte queste risorse provengono dai bilanci nazionali e sono calcolate sulla base del Reddito nazionale lordo (RNL), un indicatore economico che misura il valore complessivo dei redditi percepiti dai residenti di uno Stato membro. Nella propria proposta, la Commissione ha delineato un bilancio di circa 1,8 trilioni di euro a prezzi 2025, circa 2 trilioni a prezzi correnti, ossia 2.000 miliardi di euro, pari all’1,26% dell’RNL dell’UE, in aumento rispetto all’1,13% del ciclo attuale, al quale però va aggiunto il debito contratto con NextGenerationEU per far fronte all’emergenza Covid-19. Va detto, però, che l’incremento è in larga parte assorbito dall’inflazione e dal rimborso di NextGenerationEU, che pesa sul bilancio per lo 0,11%.

Gli schieramenti: il Parlamento, i frugali e gli amici della coesione

Fin dall’avvio dell’iter legislativo, il progetto della Commissione ha incontrato forti resistenze politiche sia tra gli Stati membri sia nel Parlamento europeo. Nel caso del QFP, il Parlamento può solo approvare o rigettare il testo emendato dal Consiglio, ma non può proporre emendamenti. Pertanto, per esprimere formalmente il proprio posizionamento sul dossier, facendo presenti in anticipo le proprie condizioni agli Stati membri e influenzando di conseguenza i negoziati all’interno del Consiglio, è prassi che venga redatto un documento di posizionamento, l’interim report. Nel testo adottato il 28 aprile, il Parlamento propone un aumento del bilancio pari a circa il 10% rispetto alla proposta della Commissione, che per gli eurodeputati rappresenta il livello minimo necessario per consentire all’Unione di finanziare le proprie priorità strategiche senza comprimere ulteriormente i programmi europei esistenti. Nel report, i deputati respingono il modello basato sui piani per Stato membro proposto dalla Commissione, ritenendo che esso possa ridurre la trasparenza, l’accountability e la dimensione realmente europea delle politiche comuni. A livello di Consiglio europeo, invece, il vertice dello scorso 18 e 19 giugno ha rappresentato il primo vero confronto politico tra i leader sul tema. Una prima bozza di posizione, avanzata dalla precedente Presidenza, quella cipriota, prevede un taglio orizzontale del 2% rispetto alla proposta della Commissione europea, frutto della persistente posizione degli ormai noti Paesi “frugali”, Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania, Paesi Bassi e Austria, favorevoli a un bilancio più contenuto e a un avanzamento più graduale del negoziato. Dall’altra parte, invece, ci sono i Paesi cosiddetti “amici della coesione”, come Italia e Spagna, che difendono una politica di coesione forte e adeguatamente finanziata, con una posizione più simile a quella dell’Eurocamera. Ora il dossier è passato alla Presidenza irlandese, che ha indicato come obiettivo il raggiungimento di un accordo politico in occasione del Consiglio europeo di ottobre, che già si annuncia come un passaggio politico decisivo per verificare se esistano le condizioni per avviare una reale convergenza tra i diversi schieramenti.