Ognuna delle nostre imprese, oltre ai contratti scritti, ha dei contratti intangibili. Contratti che riguardano un valore che va oltre quello pattuito negli accordi collettivi nazionali del lavoro. Più che contratti, sono veri e propri patti sociali. Li abbiamo con i nostri lavoratori, con il territorio, con la realtà sociale che ci circonda, con il Paese Italia.
Sono patti sociali che ci spingono ad andare oltre al semplice compito economico e di fatto hanno un importante impatto anche su quello stesso obiettivo. Questi patti sociali hanno indicatori di successo diversi rispetto al bilancio d’esercizio o al rating bancario, siamo costantemente giudicati e la società valuta implicitamente il valore sociale delle nostre imprese.
Come lo fa? Lavoratori che scelgono o non scelgono di lavorare in una determinata azienda, facilità o difficoltà ad essere attrattivi, competenze che fatichiamo a rinnovare ed innovare o addirittura rischiamo di perdere. Ed infine, ma non per importanza, giovani collaboratori e collaboratrici che rinunciano a mettere al mondo dei figli.
Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti del bene più prezioso che gli imprenditori mettono a disposizione della società, bene protagonista dell’articolo 1 della Costituzione italiana: il lavoro.
Il rapporto annuale dell’Inps ci dice che nel 2024 l’occupazione in Italia è cresciuta, ma tra le assunzioni quelle dei lavoratori over 50 superano quelle degli under 35.
Quello stesso rapporto ci dice che il tasso di occupazione degli over 50 nel 2004 era il 21,5%, nel 2013 ha superato il 30%, oggi è al 40%. Il tasso di occupazione della fascia di età 15/29 anni, quella di ingresso nel mondo del lavoro, è inferiore al 35%, 15 punti percentuali in meno rispetto alla Francia e quasi 30 rispetto alla Germania.
Un altro dato che aggrava quanto sopra è che la differenza tra la media di quanto incassa un pensionato ed un lavoratore si riduce anno su anno. E’ evidente che ci sia un problema di salari. Se analizziamo invece il differenziale del gender gap tra i lavoratori italiani osserviamo che il tasso di occupazione tra gli uomini è del 70%, tra le donne si ferma al 53%. Un differenziale di 17 punti che sa troppo di secolo scorso.
L’ultimo aspetto da sottolineare, come ci illustrano i rapporti annuali Istat, riguarda i migranti. Se nel primo decennio del nuovo millennio l’apporto della popolazione straniera ha controbilanciato gli effetti dell’invecchiamento della popolazione italiana, negli ultimi dieci anni non è più stato così.
Quindi minore inclusione di giovani, donne e migranti ha significato una peggiore qualità dell’occupazione. Riflettendo sui dati riportati risulta evidente un filo conduttore che li accomuna, ed è la disuguaglianza sociale.
Giovani, donne e migranti sono le categorie che più subiscono gli effetti della disuguaglianza sociale. Disuguaglianze che non si notano palesemente nella quotidianità perché mascherate da luoghi comuni o abitudini, ma che hanno un impatto allarmante.
E il paradosso è che sono le categorie di cui più abbiamo bisogno per rafforzare il presente e garantire il futuro delle nostre imprese e della nostra società.
Allora qual è l’impatto che le nostre imprese possono generare attraverso il lavoro?
Senza dubbio un impatto più collettivo possibile e che abbia come obiettivo la diminuzione di queste disuguaglianze sociali, iniziando proprio dalle aziende. Mai come oggi è necessario agire come cittadini oltre che come imprenditori.
Parliamo di patti che generano impatti, ma bisogna tenere presente che i patti prevedono impegni comuni. Impegni presi da tutti gli attori sociali, impegni che necessitano di un’intelligenza collettiva e che siano in grado di governare il cambiamento.
L’Italia ha vissuto un periodo di sviluppo economico e sociale incredibile a partire dagli anni ’50, il cosiddetto miracolo economico che ha cancellato l’arretratezza sociale di un paese rurale. Ma siamo davvero certi che il miracolo economico abbia estirpato il disagio sociale? Sicuramente si è fortemente ridotto, ma ancora esiste, ha solamente cambiato forma ed interpreti.
Non è più il disagio sociale dell’inizio del ‘900 che spingeva gli italiani ad emigrare verso nuovi mondi, ma è il disagio di un giovane a cui non vengono aperte le porte del mondo del lavoro, quello di una donna a cui non vengono date le stesse opportunità di un uomo, o di un lavoratore migrante a cui non viene affittata una casa. E’ necessario affrettarsi nell’agire per diminuire queste disuguaglianze che pesano come inutili zavorre sulla nostra realtà sociale e di conseguenza produttiva ed economica. Dobbiamo agire come cittadini, come attori sociali, come lavoratori, come imprenditori per generare il proprio personale impatto, che sia parte di un impatto collettivo che guidi il cambiamento invece di subirlo.
Infine, oltre che imprenditori e cittadini, dobbiamo avere sempre ben presente che prima di tutto siamo persone, ed è solo agendo come persone che possiamo ridurre queste disuguaglianze latenti che frenano la nostra società e le nostre imprese.