Il Premio Campiello 2025, nato nel 1962 per iniziativa degli imprenditori veneti, ha confermato ancora una volta la sua capacità di coniugare cultura e impresa.
Quest’anno il riconoscimento è andato a Wanda Marasco, che ha conquistato la Giuria dei Lettori Anonimi per un soffio, imponendosi sugli altri quattro finalisti.Ma la forza del Campiello non risiede solo nel nome del vincitore: incontrare i cinque autori in gara significa scoprire non solo grandi storie, ma anche modelli di leadership culturale e personale capaci di ispirare chi ogni giorno lavora per costruire il futuro.
Creatività, capacità di visione, coraggio di rischiare e resilienza sono infatti strumenti indispensabili — per un imprenditore come per uno scrittore — e le voci dei finalisti ne offrono una testimonianza vivida.
Intervista a Wanda Marasco – Di spalle a questo mondo
Poetessa, scrittrice e drammaturga napoletana, finalista al Premio Strega nel 2017, Wanda Marasco è autrice di una scrittura densa e visionaria, capace di radicarsi nella tradizione per poi aprirsi all’innovazione. La sua opera mostra come tenere insieme profondità umana e rigore formale possa generare qualcosa di nuovo: una lezione valida anche per chi oggi vuole costruire un progetto imprenditoriale con senso e coerenza.
Nel romanzo Di spalle a questo mondo racconta la vicenda di Ferdinando Palasciano, medico napoletano realmente esistito e antesignano della Croce Rossa, e di sua moglie Olga, nobildonna russa. Insieme affrontano sfide intime e collettive: la guerra, la malattia, l’amore, il progresso. Un romanzo che attraversa epoche e identità diverse, restando però ancorato a una visione umanistica profonda.
Lettura imprenditoriale: un invito a confrontarsi con la complessità senza smarrire la direzione. Come chi guida un’azienda in tempi turbolenti, i protagonisti del romanzo imparano a stare sul limite tra caos e cura, tra visione e realtà. E ci ricordano che l’innovazione, per essere sostenibile, deve rimanere sempre a misura d’uomo.
Proprio con Di spalle a questo mondo, Wanda Marasco ha vinto il Campiello 2025, coronando le riflessioni che seguono con un significato ancora più intenso.
D: Nel romanzo si intrecciano mondi lontani, registri diversi, e temi universali come la malattia, la guerra, l’amore e il progresso. Quali strategie ha usato per far dialogare questi elementi, e cosa possiamo imparare da questa capacità di tenere insieme esperienze così diverse?
R: Più che strategie, parlerei di metodo creativo. Ho cercato di restare fedele ai temi centrali — la cura, il conflitto, la speranza di un mondo migliore — e di restituire la loro complessità attraverso alternanze di tono: dal lirico al parlato, dal drammatico al grottesco. La realtà, del resto, è fatta di tutto questo. La sfida è stata far convivere un’ambientazione storica con un’attualità bruciante. Perché ciò che vivono Ferdinando e Olga — la tensione verso il progresso, l’amore per l’arte e per l’altro — parla ancora a noi, oggi.
D: La sua scrittura unisce poesia, teatro e narrazione. Cosa consiglierebbe a chi vuole riposizionarsi in un nuovo ruolo — ad esempio, chi cambia direzione nel lavoro — ma senza perdere la propria identità?
R: Direi: formazione, volontà, disciplina. Il talento non è mai solo dono: è esercizio, esperienza, studio, ascolto.Per me la scrittura è sempre stata il primo richiamo, forse anche la mia vocazione. Ho unito nella pagina ciò che ho coltivato nella vita: la poesia, il teatro, il desiderio di narrare. E queste tre formazioni si sono fuse in un unico percorso, che mi ha spinta — quasi naturalmente — alla prosa. A chi vuole cambiare, direi: tenete stretto ciò che vi forma e vi rende unici, e lasciate che vi guidi nel nuovo.»
D: Se dovesse scegliere un aggettivo o un’immagine per raccontare cosa rappresenterebbe per lei vincere il Premio Campiello, quale sarebbe?
(Risposta rilasciata prima della vittoria, che oggi acquista una valenza compiuta)
R: Un aggettivo solo non basta, dovrebbe contenere la gioia e un pizzico di orgoglio. Ma c’è un’immagine che mi accompagna: i volti della giuria che ha letto il mio libro, e insieme quelli — più abbozzati, immaginari — degli eventuali lettori. Il fatto che abbiano letto, o stiano leggendo, il mio romanzo: ecco, questo è già il dono più grande. È la prima felicità da portare a casa.
D: Di spalle a questo mondo come metafora della cura e del progresso
Nel romanzo di Wanda Marasco la cura non è solo un tema medico, ma una dimensione esistenziale che attraversa le sfide personali e sociali. L’intreccio tra guerra, amore, innovazione e umanesimo invita a riflettere su come ogni cambiamento — in letteratura come nell’impresa — richieda equilibrio tra responsabilità e visione.
Di spalle a questo mondo diventa così una lezione per chi guida aziende o progetti: l’innovazione non può prescindere dall’etica e il progresso non può ignorare l’umano. Il medico visionario Ferdinando Palasciano incarna un’idea di sviluppo che unisce scienza, arte e cura. Anche l’imprenditore di oggi, per restare rilevante, deve saper ascoltare il proprio tempo senza rinunciare a profondità e dubbio.
Affrontare la complessità con coraggio e sensibilità — come i protagonisti del romanzo — significa guidare con empatia, equilibrio e lungimiranza. Perché anche nella gestione più concreta, a volte, serve poesia.
Anche se la serata finale ha incoronato Wanda Marasco, le voci degli altri quattro finalisti restano preziose. Le loro riflessioni, raccolte prima della proclamazione, raccontano il significato profondo che una possibile vittoria avrebbe avuto per ciascuno: un modo per comprendere le diverse emozioni, le motivazioni e il rapporto personale con la scrittura che li ha portati fino al Campiello.
Sono parole che parlano anche a chi fa impresa: perché ogni progetto creativo — che sia un romanzo o una start-up — nasce da rischi, visione e capacità di trasformare un’idea in realtà.
Fabio Stassi – Bebelplatz. La notte dei libri bruciati
Bibliotecario e scrittore romano, Fabio Stassi è autore di romanzi che intrecciano storia, invenzione e memoria. La sua attenzione va spesso alle storie dimenticate, ai margini del racconto dominante. Bebelplatz. La notte dei libri bruciati è ambientato nella Berlino del 1933, durante il rogo dei libri nazista, ed è un inno al coraggio di difendere le idee, anche quando sembrano destinate a essere cancellate.
Lettura imprenditoriale: Il romanzo è un monito attuale per chi guida un progetto o un’impresa: proteggere la propria visione creativa in un mondo che tende all’omologazione è una sfida quotidiana. La resilienza intellettuale è simile a quella necessaria per innovare nei momenti critici, quando restare fedeli a ciò in cui si crede diventa un atto rivoluzionario.
D: Il suo libro è ambientato nel cuore della dittatura nazista, durante il rogo dei libri. Crede che questa lettura – come metafora della cancellazione dell’innovazione – sia ancora attuale?
R: Assolutamente. Il regime nazista è stato esemplare in questo: ha cercato di omologare l’arte, di renderla “corretta” secondo i canoni del potere. L’arte che non si conformava veniva dichiarata degenerata e cancellata. Ma il risultato è stato il vuoto. Il nazismo non ha prodotto nulla di artisticamente rilevante. È la prova che l’immaginazione non può essere omologata: puoi censurarla, sopprimerla, perseguitarla, ma nel momento in cui provi a renderla neutra, la distruggi. L’innovazione nasce sempre fuori margine, quando qualcuno osa andare fuori tema.
D: Come possiamo oggi salvaguardare la creatività in un mondo che, in forme diverse, tende ancora a “bruciare” le idee?
R: Viviamo in un tempo conformista, dove i mezzi di informazione – e i social in particolare – spesso impongono un pensiero unico. Ma credo che ci siano degli anticorpi: le biblioteche, ad esempio, non sono solo luoghi di conservazione, ma potenziali centri di comunità. C’è un proverbio americano che dice: “Una buona biblioteca offre servizi, una grande biblioteca crea una comunità.” In questi spazi si incontrano generazioni diverse, si leggono libri, si esercita l’indipendenza di pensiero. E leggere, per me, significa allenare l’istinto. Non si parla abbastanza del valore dell’istinto: è la base della creatività. Va educato, ma anche ascoltato.
D: La voce, anche nella lettura, è un tema molto presente nel suo modo di raccontare. Che rapporto ha con l’ascolto e l’immaginazione?
R: Leggere è, prima di tutto, immaginare una voce. Non è vero che immaginiamo solo con gli occhi: immaginiamo con le orecchie. Quando leggiamo, sentiamo le voci dei personaggi, la voce dell’autore. È un’esperienza sensoriale, unica e profondamente umana. La voce è veicolo di onestà, e l’onestà di un libro si percepisce. Anche questo vale per ogni progetto: l’autenticità si sente, non si può falsificare.
D: Cosa rappresenterebbe per lei la vittoria al Premio Campiello?
R: Non ho aspettative, non me l’aspettavo neanche questa candidatura. Dodici anni fa ci sono già passato, ora sono più grande, più sereno. Però, se proprio dovessi scegliere un’immagine, sarebbe quella di un treno che arriva finalmente in stazione. Sono un pendolare: da trent’anni faccio avanti e indietro in treno, almeno 250 chilometri al giorno. Ho calcolato che in totale ho passato quattro anni della mia vita dentro un vagone ferroviario. Vincere sarebbe come quel treno che, dopo ritardi, coincidenze mancate e guasti, arriva davvero. Solo chi è pendolare può capire cosa vuol dire.
D: La creatività come atto di resistenza
R: Credo che la lettura aiuti a credere nella propria visione. Ognuno legge un libro diverso, proprio come ognuno vede un progetto con occhi diversi. Ma leggere abitua ad ascoltare, a fidarsi dell’istinto, ad accettare le differenze. E questo è fondamentale anche per chi fa impresa.
L’intervento di Fabio Stassi ci ricorda che la creatività non nasce dall’adattamento, ma dal coraggio di restare fedeli alla propria visione, anche quando sembra andare controcorrente. La sua riflessione sulla lettura come allenamento dell’istinto vale anche per chi guida un’impresa: non si innova seguendo la via più sicura, ma coltivando una voce autentica, ascoltando con attenzione e difendendo ciò in cui si crede. Come in un progetto imprenditoriale, ogni libro è un atto di fiducia nella propria visione, da portare avanti nonostante gli ostacoli, proprio come un treno che – dopo mille ritardi – arriva finalmente a destinazione.
Intervista a Monica Pareschi – Inverness
Monica Pareschi è traduttrice letteraria, curatrice editoriale e ora anche autrice. Dopo aver dato voce ad autori come Don DeLillo e Alice Munro, ha scelto di raccontare con la propria penna. Il suo esordio narrativo, Inverness, è una raccolta di racconti che indaga il momento del passaggio: quando si incontra l’altro, ci si confronta con l’ignoto, e qualcosa — dentro o fuori — cambia per sempre.
Nei suoi racconti, i personaggi si allontanano dalla zona di comfort, attraversano paesaggi fisici ed emotivi spesso ostili, e tornano trasformati. La sua scrittura, asciutta e profonda, lascia spazio al lettore per completare il senso delle storie, in una dinamica attiva e aperta.
In chiave imprenditoriale, Inverness diventa una metafora efficace: ogni nuovo progetto, ogni mercato sconosciuto, ogni relazione professionale che ci mette alla prova è un attraversamento che può generare valore, se affrontato con consapevolezza.
D: Nel suo libro emerge la paura – ma anche la ricchezza – dell’incontro con l’altro. È un tema che riguarda da vicino anche chi guida un team o affronta nuovi mercati. Qual è la sua visione su come trasformare la paura del nuovo in un’opportunità?
R: La letteratura non dà risposte, non propone soluzioni. Il nostro compito, come scrittori, è quello di rappresentare la complessità dell’esperienza umana, anche nei suoi aspetti più scomodi e contraddittori. Nei miei racconti ho cercato di mostrare questi spazi di incertezza, che sono anche luoghi di crescita. Affrontare il diverso o l’ignoto è sempre difficile, ma è proprio in quell’attrito che si sviluppa qualcosa. E in questo senso, sì, l’incertezza può diventare una risorsa.
D: Lei ha una lunga esperienza come traduttrice letteraria. Com’è stato il passaggio dall’interpretare la voce degli altri a prendere la parola come autrice?
R: In realtà ho sempre scritto, anche mentre traducevo. La traduzione narrativa è una forma di scrittura profonda, richiede immedesimazione, riscrittura, ascolto. Ma è una scrittura nascosta, mimetica.
Il passaggio alla scrittura in prima persona è stato un atto di responsabilità. Ti espone, ti chiede coraggio, soprattutto se sei abituata a stare dietro le quinte. È una presa di parola che cambia la prospettiva. Ma arriva un momento in cui senti che è tempo di farlo — e allora serve anche la prontezza di riconoscerlo.
D: Quale aggettivo o immagine userebbe per raccontare cosa rappresenterebbe per lei la vittoria al Premio Campiello?
R: Più che un aggettivo, scelgo una parola: legittimazione. Ho iniziato a scrivere tardi, ho pubblicato poco. Vincere significherebbe sentirmi autorizzata a proseguire questo percorso con la mia voce. È questo, per me, il vero significato del riconoscimento.
D: Inverness come metafora del cambiamento
R: Ognuno dei miei racconti è, in fondo, un attraversamento dell’ignoto. Anche chi fa impresa vive continuamente piccoli “Inverness”: non esistono mappe perfette, ma è nella capacità di restare aperti all’incontro, e nel gestire il rischio senza volerlo controllare del tutto, che può nascere qualcosa di nuovo.
Con Inverness, Monica Pareschi ci ricorda che il cambiamento non è mai lineare, e che la trasformazione autentica passa spesso attraverso lo smarrimento, la sospensione, l’attesa. È una lezione che vale anche per chi fa impresa: accogliere l’incertezza, riconoscere la complessità e ascoltare l’altro sono strumenti strategici tanto quanto la pianificazione. Perché crescere, come scrivere, significa anche saper attraversare ciò che non si conosce.
Intervista ad Alberto Prunetti – Troncamacchioni
Scrittore toscano, Alberto Prunetti ha raccontato con voce diretta e politica la storia della classe operaia, delle resistenze popolari e delle culture marginali. I suoi libri, a metà tra memoir e invenzione, hanno portato l’anima delle periferie italiane al centro del dibattito culturale, dimostrando come l’autenticità possa generare impatto, anche senza seguire i percorsi convenzionali.
Troncamacchioni è un romanzo corale, ambientato nella Maremma fascista, che segue la resistenza di una comunità di ultimi — contadini, anarchici, braccianti — contro le ingiustizie del potere dominante.
Lettura imprenditoriale: Una storia di leadership collettiva, di coraggio nell’andare controcorrente e di capacità di creare valore in condizioni ostili. Un racconto che ricorda da vicino la sfida di chi fonda un’impresa in un contesto sfavorevole, e sceglie di non arrendersi.
D: Il suo romanzo racconta la resistenza in tempi duri. Anche per un giovane imprenditore oggi, affrontare ostacoli e reagire a contesti avversi è parte del percorso. Cosa ci insegna la sua storia su come non arrendersi e, anzi, trarre forza dalle difficoltà?
R: Fin dal titolo, Troncamacchioni richiama l’idea di aprirsi un varco nel bosco: non nei boschi ordinati, ma nella macchia intricata, dove bisogna piegarsi, osservare, resistere.
È un invito all’umiltà, ma anche al coraggio. I protagonisti del libro sono persone che da generazioni abbassavano la testa, finché un giorno hanno deciso di alzarla. Credo che la letteratura, oltre a consolare, debba anche aprire varchi: mostrarci vite diverse dalle nostre e spingerci fuori dalla zona di comfort. Anche per questo è una storia di resistenza empatica, non solo ideologica.
D: Nel libro c’è una forte accelerazione esistenziale: personaggi che cambiano vita, imparano lingue nuove, affrontano il mondo. È una forma di adattamento e rottura. Pensa che questo valga anche per chi oggi cambia percorso o rompe le aspettative familiari?
R: Sì, queste sono persone che vivevano da secoli nello stesso fazzoletto di terra e che, all’improvviso, si trovano in mezzo a un cambiamento epocale. Alcuni fuggono, altri si reinventano altrove, imparano nuove lingue, assumono ruoli che i loro genitori non avrebbero mai potuto immaginare. È il coraggio di mettersi in gioco, anche senza averlo scelto del tutto. A volte la storia ti tira dentro con la forza, e tocca a te decidere se restare fermo o cambiare tutto.
D: Resistere insieme, cambiare insieme
R: Credo che oggi ci sia bisogno di narrazioni che diano valore all’esperienza collettiva, anche quando è scomoda o ruvida. Troncamacchioni è un racconto di gruppo, non di eroi solitari: un esempio di come la forza venga dalla comunità, dall’empatia e dalla capacità di rompere le aspettative. Anche chi fa impresa, soprattutto in contesti difficili, sa che non si vince da soli. La vera innovazione nasce spesso da chi osa creare un varco dove nessuno vedeva un passaggio.
D: Quale aggettivo o immagine userebbe per raccontare cosa rappresenterebbe per lei la vittoria del Premio Campiello?
R: La cinquina è già una vittoria per me, un riconoscimento importante. Ma se dovessi immaginare la vittoria come qualcosa di concreto, userei una metafora inglese: Marmite.
In Inghilterra, la Marmite è un prodotto da colazione dal gusto molto forte — o la ami, o la odi. Mi hanno detto che i miei libri sono “libri Marmite”: o ti piacciono da morire, o non li sopporti.
Quindi, vincere sarebbe una sorpresa al gusto di Marmite: inaspettata, divisiva, ma autentica.
La storia raccontata in Troncamacchioni ci ricorda che anche nei contesti più ostili è possibile costruire qualcosa di valore — ma serve visione, coraggio e una forte connessione con le persone. La leadership che emerge nel romanzo non è verticale, ma collettiva: nasce dalla condivisione di un obiettivo, dalla capacità di resistere insieme, di adattarsi e trasformarsi senza rinunciare alla propria identità.
Per chi oggi fonda un’impresa in territori complessi — sociali, economici o culturali — la lezione è chiara: non serve conformarsi per riuscire, serve autenticità, senso di comunità e l’audacia di aprire “un varco nella macchia”. Anche quando non esiste ancora un sentiero tracciato.
Marco Belpoliti – Nord Nord
Critico letterario, saggista e scrittore emiliano, Marco Belpoliti è docente universitario e co-fondatore della rivista doppiozero. Coniuga rigore analitico e slancio creativo, dimostrando come si possa leggere il mondo con intelligenza strategica e produrre contenuti capaci di generare visioni nuove — un esempio autentico di leadership culturale.
Nord Nord è un viaggio, personale e collettivo, dentro il concetto di “Nord”. Un’esplorazione che attraversa identità, disuguaglianze, memoria e futuro, osservando luoghi, persone e idee come snodi narrativi e simbolici di una direzione interiore.
Lettura imprenditoriale: il libro invita a riflettere su cosa significhi davvero puntare a un “Nord”. Non solo una direzione geografica, ma un orizzonte strategico, un’idea di traguardo. Un’occasione per interrogarsi sul proprio posizionamento — nel mercato, nel territorio, nella visione — per scegliere con maggiore consapevolezza la propria rotta.
D: Nel suo libro lei parla dell’ossessione tutta italiana per il “nord”, spesso visto come modello di successo, ordine e produttività. Secondo lei, questa visione è ancora utile o rischia di diventare un limite per chi vuole fare impresa in modo più nuovo, più consapevole?
R: Il mio è un racconto di un elemento immaginativo, quello del Nord, verso cui punta la bussola reale e simbolica di tanti. Il Nord come Stella Polare: progresso, modernità, emancipazione. È un’immagine che ha sempre colpito la fantasia degli italiani. Ma non ci sono confini per la creatività, né limiti geografici alla capacità imprenditoriale. L’innovazione non ha una direzione obbligata: nasce dove nasce, senza seguire l’orientamento della bussola.
Nel libro racconto, tra molte storie e luoghi, anche due traiettorie opposte ma convergenti: quelle di Vincenzo Consolo e Ferdinando Scianna, due siciliani approdati al Nord. Milano, grazie all’arrivo di tanti emigrati, è diventata in parte siciliana anch’essa — basti pensare a Giovanni Verga, che si trasferì lì per pubblicare. Questo dimostra che i luoghi sono anche costruzioni culturali e che l’impresa, come la scrittura, è un atto di libertà, che supera ogni geografia rigida.
D: Quale aggettivo o immagine userebbe per raccontare cosa rappresenterebbe per lei la vittoria del Premio Campiello?
R: Gratitudine. E anche un senso di nostalgia per la prima edizione del Premio Campiello, vinta da Primo Levi nel 1963. Ho dedicato molto tempo alla sua opera, curando per Einaudi l’opera omnia in due occasioni, oltre a diversi altri volumi. Ho scritto anche un mio libro su di lui, Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda), che ha vinto il premio The Bridge negli Stati Uniti ed è stato tradotto dall’editore Seagull, in America e in India. Vincere oggi, tanti anni dopo quella prima affermazione che rese Levi celebre anche fuori da Torino, sarebbe per me una grande emozione.
D: Oltre la bussola: l’immaginazione come direzione
R: Con uno sguardo lucido e narrativo, Marco Belpoliti ci spinge a ripensare i riferimenti culturali e geografici che spesso condizionano — o limitano — la nostra idea di progresso. Il “Nord” diventa così una metafora da decostruire, per riscoprire la libertà di intraprendere strade nuove, non convenzionali, fondate su creatività e apertura. Un messaggio particolarmente rilevante anche per chi fa impresa: innovare davvero significa spostare lo sguardo, valorizzare ciò che sta ai margini e costruire un futuro che non risponde più soltanto alla bussola, ma all’immaginazione.
Le interviste ai finalisti del Premio Campiello offrono spunti ricchi e stimolanti anche per il mondo imprenditoriale. Le loro parole disegnano un paesaggio in cui creatività, innovazione e gestione dell’incertezza si intrecciano come leve decisive.
Dai loro dialoghi emerge una verità chiara: il successo — in letteratura come nell’impresa — nasce dalla capacità di ascoltare, di adattarsi e di trasformare il rischio in opportunità. Innovare significa accogliere il cambiamento senza smarrire identità e valori, coniugando visione strategica e attenzione autentica alle persone.
Per chi guida un’azienda, queste riflessioni diventano lezioni operative: coltivare la resilienza di fronte alle difficoltà, trasformare gli ostacoli in motore di crescita, esercitare una leadership capace di empatia ma anche di decisione.
Il cammino dei cinque finalisti, coronato dalla vittoria di Wanda Marasco, racconta la natura dinamica di ogni progetto creativo e gestionale: un equilibrio costante tra intuizione e disciplina, tra coraggio e controllo.
Il Premio Campiello si conferma così un ponte vitale tra le storie degli scrittori e le sfide degli imprenditori, un invito a costruire — con immaginazione e determinazione — una società più creativa, inclusiva e sostenibile.