Quale impresa

MERCOSUR

Dopo una negoziazione andata avanti per ben 25 anni, lo stallo dell’entrata in vigore dell’Accordo con il Mercosur rappresenta oggi un freno inaccettabile che blocca l’abbattimento di dazi che pesano miliardi sulle nostre esportazioni, la tutela delle eccellenze geografiche italiane e un accesso privilegiato a materie prime critiche.

Restare fermi ai box ha un costo altissimo: questa paralisi ci impedisce di competere ad armi pari con i nostri principali competitor su mercati che sono sbocchi naturali e strategici per il Made in Italy.

Come Giovani Imprenditori, siamo attivi in ogni sede, a partire dal nostro ufficio di Bruxelles, affinché la Commissione scelga di procedere con l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale. Va superato l’impasse del rinvio alla Corte di Giustizia UE, attivato dal Parlamento Europeo. Il futuro industriale dell’Unione va sottratto al fuoco incrociato di veti politici non più giustificabili.

Non possiamo più permetterci il lusso dell’attesa.

Questo stallo ci impedisce di sfruttare, qui ed oggi, un mercato che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay: un bacino da oltre 270 milioni di consumatori con un PIL che sfiora i 2.500 miliardi di euro. Per l’Italia, il Mercosur non è solo una destinazione per l’export, ma un partner naturale con cui condividiamo legami storici, culturali e industriali profondi.

Un legame, soprattutto in ambito commerciale, consolidato ormai da tempo, con un interscambio attuale, da parte italiana, che è per ben il 94% composto da beni industriali. La Commissione Europea stima che l’intesa porterebbe all’abbattimento di 4 miliardi di euro di dazi per le imprese europee — risorse che potrebbero essere immediatamente reinvestite sul territorio nazionale in innovazione, ricerca e lavoro — garantendo al contempo la tutela delle indicazioni geografiche protette, di cui in Italia 57, e dei livelli occupazionali, con la prospettiva d’incrementarli.

Lo stallo non è, dunque, solo una questione di diplomazia commerciale, ma una ferita aperta nel fianco della nostra capacità di competere e acquisire nuove quote di mercato.

Ogni anno di ritardo significa lasciare che altre potenze – la Cina in primis – riempiano spazi che potrebbero occupare le nostre imprese. Mentre l’Europa resta prigioniera dei propri dubbi e veti politici, Pechino sta già riscrivendo le regole del gioco in Sud America. Attraverso massicci investimenti in infrastrutture e logistica, la Cina sigla accordi bilaterali che espellono, di fatto, le nostre imprese dal mercato: i dazi che superano il 30% in settori chiave come l’automotive e la meccanica agricola sono barriere che, in assenza dell’approvazione da parte della Commissione, penalizzano i nostri prodotti rispetto all’offensiva asiatica.

L’accordo commerciale riguarda anche la sicurezza degli approvvigionamenti. Il Mercosur è lo scrigno di materie prime critiche e risorse energetiche indispensabili per la transizione ecologica, l’innovazione, la difesa comune e le tecnologie di frontiera. Senza accordi di questo peso, l’Unione abdica al suo ruolo di potenza globale. In questo scenario di frammentazione geopolitica, l’Europa deve accelerare non solo sul fronte sudamericano, ma anche nel consolidamento delle relazioni con partner strategici come l’India, pilastro fondamentale per una reale diversificazione delle nostre catene del valore e per la stabilità dei mercati globali.

Siamo consapevoli delle preoccupazioni del settore agricolo, ma la risposta non può essere un protezionismo cieco. In un quarto di secolo di trattative, sono state ottenute garanzie solide: tutele basate sulla “clausola a specchio” e limiti quantitativi rigorosi per l’applicazione del dazio zero, con molti beni che vedranno solo una riduzione parziale del carico tariffario, tra il 30 e il 50%. Bloccare l’intero accordo per timori settoriali, ormai ampiamente mitigati, significa perdere la visione d’insieme: un’Europa chiusa in sé stessa è un’Europa destinata alla decrescita.

L’Unione deve decidere cosa vuole essere da grande: un museo a cielo aperto, protetto da mura che non fermano il declino, o un attore globale capace di dettare le regole del gioco. Se abdichiamo al nostro ruolo di leader nel libero scambio regolato, perderemo non solo quote di mercato, ma la capacità stessa di influenzare gli standard globali su diritti e ambiente. L’imprenditoria e la sicurezza europea non possono rimanere ostaggio di veti politici e ci aspettiamo che la Commissione a rivendichi il proprio ruolo di guida economica, agendo con la determinazione che il momento storico richiede.

Come Giovani continueremo a spingere affinché la politica torni a essere lungimirante. Il tempo delle esitazioni è scaduto. Il Sud America ci aspetta, e con esso una fetta rilevante del nostro futuro industriale. Non possiamo permetterci di essere gli spettatori della nostra stessa marginalizzazione.