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L’orizzonte necessario. L’unione dei mercati dei capitali come pilastro della sovranità europea

Ad osservare i cicli economici da quando è nato l’euro, mi rendo conto di quanto il tempo abbia accelerato le nostre necessità di integrazione. Siamo passati attraverso un’inflazione repentina che ha visto il caffè balzare dalle mille lire del 31 dicembre 2001 a un euro poco più di un anno dopo, abbiamo assistito al crollo dei giganti americani considerati “Too big to fail”, ma che pure sono rovinosamente caduti, e abbiamo superato le crisi del debito dei paesi PIIGS. Tra rinascite industriali, il trauma della Brexit e la crisi energetica, passando per la più grande pandemia dai tempi del Manzoni, sono giunto a una conclusione che non ammette ulteriori indugi: il mercato europeo dei capitali non è solo una sfida tecnica per esperti di finanza, ma un imperativo politico ed esistenziale. Se l’euro è stato la nostra moneta comune e il mercato unico la nostra casa commerciale, l’Unione dei Mercati dei Capitali (CMU) deve oggi diventare il nostro sistema nervoso centrale.

La frammentazione e il costo dell’inefficienza

Dal punto di vista della teoria economica pura, la situazione attuale si configura come un’anomalia inefficiente che grida vendetta. Nonostante l’Unione europea detenga una ricchezza privata immensa, stimata in circa 33.000 miliardi di euro di attività finanziarie delle famiglie, questa massa critica rimane in gran parte “dormiente” nei conti correnti o impiegata in titoli di Stato nazionali che, per quanto sicuri, non alimentano l’innovazione. È paradossale notare come una quota significativa del risparmio europeo finisca per essere investita oltreoceano, a New York, andando a finanziare i nostri stessi competitor tecnologici. Il divario di capitalizzazione è plastico e impietoso: mentre negli Stati Uniti il mercato azionario supera il 270% del PIL, in Europa siamo fermi a circa il 73%. Questa non è solo una statistica per accademici amanti dei numeri, ma un drammatico deficit di ossigeno per le nostre imprese. Le nostre piccole e medie imprese (PMI), l’ossatura produttiva italiana in primis, ma anche del resto del continente, dipendono per l’80% dal credito bancario. In una prospettiva keynesiana moderata, sappiamo bene che le banche tendono a essere pro-cicliche: esse chiudono i rubinetti del credito proprio quando la congiuntura economica si fa avversa e l’economia ne avrebbe più bisogno, offrendo invece liquidità abbondante quando il mercato è già saturo e non vi è domanda di investimento. Un mercato dei capitali unico, regolato e profondo, offrirebbe canali di finanziamento alternativi capaci di assorbire gli shock a livello europeo e non più confinati al singolo mercato nazionale. Questo permetterebbe di alimentare quegli investimenti di lungo periodo necessari alla transizione verde e digitale, che richiedono capitali di rischio e non solo prestiti a scadenza fissa.

Oltre la finanza: una cultura del risparmio comune

Ma l’aspetto che più mi preme sottolineare, in questo momento di estrema instabilità geopolitica e di ritorno dei protezionismi, è la dimensione socio-culturale dell’Unione. Creare un ecosistema integrato di scambi, vigilanza e regole di insolvenza significa, prima di tutto, abbattere le barriere mentali che ancora ci dividono. Un mercato di investitori ampio e strutturato, che non sia ancora saturo come quello statunitense, avrebbe la forza di attrarre capitali esteri con una magnitudo oggi impensabile. Dobbiamo guardare alla CMU come a un ponte: immaginate il risparmiatore di Madrid che investe con facilità e garanzie giuridiche in una startup biotecnologica di Stoccolma o in un progetto di idrogeno verde in Puglia. O ancora, pensate a un’azienda canadese che sceglie la “Borsa europea”, intesa come piattaforma integrata, invece di quella americana per la propria quotazione, attratta dalla stabilità e dalla trasparenza delle nostre regole e da una ricchezza privata ancora dormiente, e quindi disponibile ad essere investita, di oltre 33.000 miliardi. Questo processo genera una “cultura della partecipazione” che è l’antidoto più potente al populismo euroscettico. Il cittadino europeo smette di percepire le istituzioni di Bruxelles come entità burocratiche distanti e diventa un “azionista” attivo del futuro del continente. Non più campanilismo, ma europeismo finanziario. Si tratta della creazione di un interesse comune tangibile, un legame che trasforma l’Europa in una vera comunità di destino. La stabilità di cui tanto si discute nelle aule universitarie, nelle assemblee confindustriale e tutti gli anni quando i nostri governi devono tirare fuori leggi di bilancio “lacrime e sangue”, non deriva solo dal rispetto formale dei parametri di Maastricht, ma dalla coesione profonda degli interessi economici e sociali. Quando il destino del risparmio di un pensionato tedesco è legato al successo di una fabbrica di semiconduttori italiana, la solidità dell’Unione cessa di essere un concetto astratto e diventa una necessità condivisa.

Sicurezza e autonomia strategica

Come recentemente sottolineato da Mario Draghi nel suo lucido rapporto sulla competitività, l’Europa si trova di fronte a una sfida di sicurezza e rilevanza senza precedenti che mette a nudo la nostra fragilità strutturale. Quando parlo e scrivo di Europa, ripeto spesso che non può esistere un Esercito Unico o una politica di difesa comune senza un sistema finanziario capace di mobilitare capitali su scala continentale. L’integrazione dei mercati non è un vezzo per banchieri, ma lo strumento cardine dell’autonomia strategica. Oggi, dipendere strutturalmente da piazze finanziarie esterne, siano esse Londra o Wall Street, per il finanziamento delle nostre tecnologie critiche o della nostra difesa ci rende intrinsecamente vulnerabili. Significa che il rubinetto della nostra innovazione può essere chiuso da decisioni politiche prese altrove, lontano dai nostri confini e dai nostri interessi. Un mercato dei capitali profondo e liquido è lo scudo migliore contro le speculazioni esterne che hanno flagellato l’Europa durante la crisi del 2011-2012 e che stanno tornando all’attacco grazie a un rinovato protezionismo e al disfacimento delle vecchie partnership commerciali. Il CMU è la garanzia che le risorse generate dal risparmio dei cittadini europei rimangano all’interno del sistema per sostenere la ricerca e la resilienza industriale europea. In un mondo in cui il commercio viene usato come arma e le catene di approvvigionamento diventano strumenti di ricatto politico, catene di schiavitù politica ed economica, possedere un mercato finanziario integrato significa avere la forza di autodeterminare il proprio sviluppo. Non possiamo pretendere di essere un polo geopolitico rilevante se rimaniamo nani finanziari frammentati. La sicurezza, in questo secolo, passa inevitabilmente per la capacità di finanziare in modo autonomo la propria protezione e il proprio progresso tecnologico, impedendo la fuga di cervelli e di brevetti verso mercati più pronti a scommettere sul futuro.

I tre pilastri della stabilità futura

Questo disegno di stabilità futura richiede tuttavia tre passaggi evolutivi fondamentali che dobbiamo avere il coraggio di descrivere in modo discorsivo, superando i particolarismi dei singoli governi nazionali che spesso agiscono con una miopia tattica deleteria. Innanzitutto, è necessaria una Vigilanza Unica che metta fine all’arbitraggio normativo. Non possiamo più permetterci ventisette autorità diverse con prassi operative differenti e interpretazioni locali delle direttive comunitarie. Serve un’autorità europea centralizzata, un’ESMA potenziata, che agisca con la stessa autorevolezza della SEC americana. Solo una vigilanza federale può garantire standard di trasparenza e protezione degli investitori identici da Lisbona a Varsavia, rendendo il mercato europeo un blocco monolitico e affidabile agli occhi del mondo. In secondo luogo, deve esserci una seria e coraggiosa omogeneizzazione fiscale e giuridica. È velleitario, se non ipocrita, parlare di mercato unico se le procedure fallimentari e la tassazione sulle rendite finanziarie, e non solo, variano drasticamente tra gli Stati, creando “paradisi” interni che distorcono la concorrenza. L’integrazione richiede un codice europeo dell’insolvenza, capace di dare certezze ai creditori e facilitare la ristrutturazione delle imprese su base transfrontaliera. Infine, il sistema necessita del cosiddetto “Safe Asset” europeo. Sono convinto che la creazione di un titolo di debito comune, solido quanto il Bund di qualche anno fa, ma rappresentativo della forza economica dell’intera Unione, sia un tassello ancora colpevolmente mancante. Un tale asset fungerebbe da benchmark indispensabile per il prezzo di tutte le attività finanziarie e permetterebbe all’euro di competere davvero con il dollaro come moneta di riserva mondiale, stabilizzando l’intero sistema bancario europeo durante i periodi di stress finanziario.

Un’evoluzione inevitabile verso la dignità politica

Come ebbe a dire proprio Mario Draghi durante il suo al Consiglio Europeo del marzo 2024, l’integrazione finanziaria non è un fine in sé, ma il mezzo per garantire che il benessere sociale e la sicurezza del modello europeo non siano travolti dalla competizione globale. Non stiamo parlando di tecnicismi finanziari, ma di proteggere il nostro stile di vita.

Siamo giunti a un punto di non ritorno in cui la frammentazione è un lusso che non possiamo più permetterci. Il passaggio da un sistema bank-centric a un sistema di mercato integrato è un’evoluzione necessaria per proteggere il nostro welfare e la nostra democrazia dal declino. Non è solo una questione di dividendi o di indici azionari, ma di pura dignità politica. Un’Europa che non sa finanziare le proprie idee, i propri sogni e la propria protezione è destinata a diventare un museo a cielo aperto, una meta turistica per le nuove potenze emergenti, non un mercato, ma un bazar. Un’Europa che invece ha il coraggio di unire i propri capitali è un gigante capace di sedersi al tavolo con Washington e Pechino da pari a pari, dettando le regole del gioco invece di subirle.

È tempo di passare dall’unione delle monete all’unione dei destini economici.