Quale impresa

L’impresa che ha trasformato il tessile in arte

Entrare nel mondo di Giovanni Bonotto significa varcare la soglia di una fabbrica che è al tempo stesso officina creativa, archivio vivente, laboratorio di pensiero. Bonotto S.p.A., storica azienda tessile veneta, è oggi un unicum nel panorama industriale: una “fabbrica lenta” che ha scelto di ribaltare la logica della produzione seriale, ponendo al centro il valore del tempo, la cultura materiale, l’intelligenza delle mani.

Oggi l’azienda è guidata dai fratelli Lorenzo e Giovanni Bonotto ed è partecipata, dal 2016, dal Gruppo Zegna, che ha permesso di sviluppare una solida cultura di gestione amministrativa. Una sinergia che ha rafforzato l’identità dell’impresa, unendo la libertà creativa a una struttura manageriale solida e proiettata verso il futuro.In questa intervista appassionata e senza filtri, Giovanni Bonotto racconta la genesi e l’evoluzione di un progetto che ha trasformato un lanificio in un movimento culturale e un’impresa in un’opera d’arte vivente.

Bonotto S.p.A. è oggi conosciuta come una “fabbrica lenta”. Da dove nasce l’idea di trasformare un’azienda tessile in un laboratorio di cultura?

Sono allievo di Umberto Eco, sono un semiologo, quindi ho un background filosofico legato al linguaggio. Non mi sono formato per fare l’imprenditore. Mio padre era amico di Eco e, in un momento difficile della sua vita e dell’azienda, ho cominciato ad affiancarlo per stargli vicino, semplicemente. Prima come autista, poi portando le valigie durante le trasferte dai clienti. Così ho iniziato a vedere e a capire, quasi per caso, il lavoro imprenditoriale.

Nel giro di due anni, mio padre mi ha lasciato le chiavi dell’azienda. Avevo 25 anni e da lì ho cominciato a mettere in pratica le mie idee. In quegli anni, in Confindustria si parlava molto della perdita del costo orario manifatturiero. Il distretto tessile del Veneto, e in particolare quello vicentino, stava crollando. C’erano una cinquantina di lanifici, cotonifici, setifici, finissaggi… oggi non è rimasto praticamente più nulla. Solo Marzotto e noi.

Io ho assistito alla disgregazione. Entravo nelle fabbriche che chiudevano, spesso più antiche e famose di Bonotto, e vedevo ambienti identici al nostro. Questo mi ha scosso. Ma mi incuriosivano soprattutto le capanne fuori da queste fabbriche, dove erano accatastate vecchie macchine anni ’50, ’60, ’70, ancora funzionanti. Erano state dismesse perché lente e meno efficienti. Ma io cercavo proprio questo: andare oltre gli standard.

Quelle macchine mi permettevano di creare tessuti con A, B e un po’ di C… non solo A o B. Così è nata Fabbrica Lenta: una visione che valorizza le macchine meccaniche, i gesti manuali, le mani intelligenti.

Cos’è per te la “mano intelligente”?

È quella capacità tipicamente italiana – che io vedo solo in una fascia precisa del Nord Est, da Treviso a Vicenza, a Bergamo – di reinventare continuamente i processi produttivi. È lo spirito rinascimentale della bottega. Le persone non sono ostaggio del “così si è sempre fatto”, ma si reinventano ogni giorno.

Come nel Rinascimento: gli artisti erano artigiani virtuosi. Penso a Leonardo, che da giovane stava nella bottega del Verrocchio, fonditore di metalli. Lì si facevano armi, ma anche arte. Da lì nasce la mia convinzione: ogni operaio è un artista, ogni prodotto deve uscire a regola d’arte, con strumenti che gli permettano di esserlo.

In quest’ottica, anche la selezione del personale deve essere diversa. Cosa cerchi nelle persone che entrano in Bonotto?

La fatica più grande è trovare persone innamorate della propria vita, che vivano il lavoro come forma di espressione. In Fabbrica Lenta non si ripete mai lo stesso processo. Ogni settimana si impara qualcosa di nuovo, ma non tutti sono predisposti. Serve indole: spirito creativo, apertura al cambiamento.

L’arte ha un ruolo fondamentale dentro l’azienda. Come è stata vissuta dai lavoratori questa contaminazione artistica?

Per vent’anni è stato un disastro, gli artisti erano visti come fastidiosi. Venivano in fabbrica, bighellonavano, sembrava non facessero nulla. Rompevano il ritmo, chiedevano materiali, cambiavano idea continuamente. Nessuno parlava veneto o italiano, erano incomprensibili.

Poi, piano piano, ci hanno “contagiati”. Ci hanno regalato quello che io chiamo gli occhiali della fantasia. Oggi vediamo cose che altri non vedono. Abbiamo imparato a pensare e a portare a terra il pensiero, inventandoci le procedure, proprio come nella bottega del Rinascimento.

Il tempo è un valore per voi. Come l’avete comunicato ai clienti, soprattutto internazionali?

Tutti conoscono Fabbrica Lenta come lo Slow Food del tessile. Il lusso, oggi, è avere il tempo per fare bene le cose. La qualità per noi è avere il tempo tecnico per realizzare un tessuto nel miglior modo possibile. Questo costa molto. Un nostro telaio del 1956 fa 25 metri al giorno, contro i 300 di un telaio moderno.

Ma così possiamo inserire il 50% in più di filo al centimetro quadro, rendendo il tessuto indistruttibile. Dura tutta la vita. I grandi stilisti lo adorano per la pastosità e la possibilità di scolpire le forme. È l’opposto dei tessuti “vuoti” del fast fashion. Questa, per me, è la vera sostenibilità: la durabilità.

Gli arazzi sono un elemento centrale nel tuo lavoro artistico e imprenditoriale. Che ruolo hanno oggi?

L’arazzo rappresenta la sintesi tangibile della nostra visione: non è più solo un tessuto destinato al B2B, ma si trasforma in un’opera d’arte, un oggetto simbolico che unisce artigianato e creatività. È il passaggio dal tessuto al brand, dall’artigianato all’arte. È un manifesto.

Un esempio significativo è l’arazzo “Plastic Garden” realizzato nel 2018 per i Green Carpet Fashion Awards al Teatro alla Scala di Milano. L’opera, composta da tessuti prodotti con oltre 300 kg di plastica riciclata, rivestiva le otto colonne del teatro, incarnando il nostro impegno per la sostenibilità e l’arte tessile.

Nel 2021, per le Olimpiadi di Tokyo, abbiamo creato l’arazzo “Atlas”, un’opera alta 7 metri che decorava la hall di Casa Italia. Realizzato con la tecnica artigianale del Jumbo Jacquard su antichi telai della “Fabbrica Lenta”, l’arazzo rappresentava un viaggio straordinario nel melting pot culturale della nostra epoca, rendendoci tutti abitanti di un unico spazio-territorio.

Più recentemente, per le Olimpiadi di Parigi 2024, abbiamo realizzato “Panorama Italia”, un arazzo di 30 metri quadrati che riveste le pareti della celebration room di Casa Italia. Quest’opera celebra la varietà culturale, storica, paesaggistica e linguistica dell’Italia, raffigurando per ogni regione personaggi illustri, piatti tipici, architetture simboliche e innovazioni imprenditoriali di successo. Il disegno è stato realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, mentre i materiali utilizzati provengono dal riciclo di rifiuti plastici, sottolineando ancora una volta il nostro impegno per la sostenibilità.

In tutte queste opere, l’arazzo diventa la mia firma, un modo per raccontare storie, valori e identità attraverso il tessuto.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Che consiglio ti senti di dare ai giovani imprenditori?

I sogni li ho, tanti. Ma non li dico. Il consiglio che posso dare è questo: divertitevi. Se non ti diverti, se il lavoro è solo sacrificio e frustrazione, hai sbagliato mestiere. L’impresa deve essere l’opera d’arte della tua vita. Solo così puoi aprire cuore e testa ai sogni. E i sogni, quelli veri, ti trasformano in un imprenditore.

Bonotto non è solo un imprenditore, ma un pensatore radicale che ha scelto di vivere e far vivere la manifattura come forma d’arte. La sua visione della “fabbrica lenta”, dove ogni operatore è un artista e ogni tessuto è un’opera, ci offre un modello alternativo di impresa: profondamente umana, creativa, sostenibile.

Il messaggio ai giovani è chiaro: non fate impresa per dovere, ma per desiderio. Siate fedeli alla vostra indole, divertitevi, costruite qualcosa che vi somigli. Solo così il lavoro non sarà una fatica sterile, ma una forma d’arte quotidiana. Perché – come ci ricorda Bonotto – la vita, l’impresa e l’arte sono, in fondo, la stessa cosa.