Quale impresa

L’importanza di chiamarsi Italia

Ci abituiamo alla fortuna fino a non riconoscerla più.

È questo il rischio più grande per noi che viviamo in un Paese straordinario come l’Italia.

Diamo per scontate le condizioni geografiche e climatiche che caratterizzano il nostro territorio, così come l’inventiva e il saper fare insiti nel dna italiano.

La Giornata nazionale del Made in Italy, che si celebra il 15 aprile nel giorno della nascita di Leonardo da Vinci, richiama esattamente questo punto: la creatività come elemento fondativo del nostro sistema economico. In questo giorno l’invito è quello di riconoscere il valore di ciò che siamo e a trasferirlo, soprattutto alle nuove generazioni, è lì che si gioca la continuità del nostro patrimonio produttivo e culturale.

In questo numero emergono esperienze che dimostrano come questo potenziale sia vivo: imprese che innovano, che si aprono ai mercati internazionali e che costruiscono valore a partire dai territori, segno che l’impresa italiana, da nord a sud, c’è ed è capace di competere.

Un altro rischio da non sottovalutare è quello di abituarci a ciò che non funziona, alla burocrazia che rallenta l’economia, alle disuguaglianze tra territori, a un sistema che non sempre accompagna la crescita ma che, anzi, spesso sembra non perdere occasione per ostacolarla.

È qui che si gioca una partita decisiva per noi giovani.

E allora riflettiamo su come le opportunità di fatto esistono, ma non sempre sono accessibili allo stesso modo, non tutte le imprese del nostro territorio partono dalle stesse condizioni. E questo, nel lungo periodo, riduce la capacità del Paese di esprimere pienamente il proprio potenziale. Eppure l’impresa italiana, ancor più nei momenti di crisi che abbiamo attraversato negli ultimi anni, ha dimostrato di saper fare la propria parte, le piccole e medie imprese hanno dimostrato la loro resilienza così come la loro attitudine alla crescita quando correttamente orientate e supportate.

Dentro questo scenario si inserisce il percorso di vita e di studio dei nostri giovani e di una domanda che li accompagna dopo la scuola: restare o andar via. Nella rubrica Chiaro Scuro affrontiamo questo tema senza semplificazioni e come sempre da più di una prospettiva.

La mia posizione, però, voglio dirvela comunque.

Credo che andare via sia giusto e spesso è proprio necessario, perché la crescita personale e professionale è confronto e apertura mentale e non si può pensare di restare sempre nello stesso contesto con la pretesa di evolvere.

Tuttavia a questo percorso dovrebbe affiancarsi una riflessione più scomoda.

Abbiamo davvero solo diritti o anche qualche dovere verso la terra che ci ha cresciuti?

Verso quel territorio che ci ha formato, che ci ha trasmesso valori e che in qualche modo ci ha reso ciò che siamo perchè se è giusto andare, forse è altrettanto giusto pensare di tornare. Tornare per responsabilità, per restituire valore ai territori di origine, portando competenze, visione ed esperienza.

Provate a immaginare cosa accadrebbe se questo diventasse un percorso diffuso, se chi cresce fuori decidesse, a un certo punto, di rientrare. Si innescherebbe un circolo virtuoso: i talenti sarebbero linfa vitale per le imprese e anche per il sistema pubblico. E sappiamo quanto istituzioni efficienti siano fondamentali per sostenere lo sviluppo, semplificare i processi e accompagnare la crescita.

E poi possiamo dircelo, ormai è chiaro a tutti gli imprenditori, anche quelli meno illuminati, non è più solo una questione di profitto. È una questione di qualità della vita.

Perché la vera sfida non è crescere a tutti i costi, ma crescere in modo sostenibile per valorizzare i potenziali ambientali, sociali e di governo del sistema economico.