Quale impresa

La via italiana all’innovazione? Esiste!

In un contesto globale sempre più orientato verso la decarbonizzazione e la transizione ecologica e digitale, è evidente come l’innovazione assuma un ruolo sempre più cruciale. Tuttavia, dai dati relativi all’innovazione in Italia emerge spesso la fotografia di un Paese in cui vi è ancora molto lavoro da fare. L’intensità tecnologica del tessuto produttivo risulta essere inferiore alla media europea, e le spese destinate alla ricerca e sviluppo, in proporzione al Pil, ammontano a circa il 0,9%, a fronte del 1,4% dell’Unione Europea (dati del 2021 della rivista scientifica “Innovatori e Innovazione” – Enea).

L’Italia inoltre si posiziona al 28º posto nella classifica del “Global Innovation Index 2022”, su 50 Paesi, evidenziando alcune criticità nelle performance del Belpaese come le infrastrutture, le politiche di supporto agli investimenti aziendali, la capitalizzazione di mercato e la quantità e il valore degli investimenti di venture capital.

Da un’analisi più approfondita dei dati emerge che l’Italia mostra anche prestazioni più che positive nel settore dell’innovazione industriale, posizionandosi al primo posto per la diversificazione industriale. Sembra quindi che l’analisi dei dati dia solo una prospettiva relativa sull’innovazione nel nostro Paese e che alcuni aspetti andrebbero meglio approfonditi mettendo in luce alcuni punti di forza che rischiano di restare in ombre.

Ne parliamo assieme alla Prof.ssa Marina Puricelli, docente senior presso Sda Bocconi, la cui ricerca si focalizza nella  gestione di piccole e medie imprese familiari, sui problemi organizzativi indotti dalla crescita, sulla delega e sulle dinamiche successorie nelle aziende familiari.

 

D: I dati aggregati mostrano spesso l’Italia come fanalino di coda sulle tematiche di innovazione. È davvero così? Come interpreta questa lettura dei dati?

R: Le piccole imprese fanno innovazione spesso a 360 gradi – non solo di prodotto intendo – senza che di queste migliorie senza brevetti resti traccia nei loro bilanci o nelle statistiche ufficiali. Non a caso va usato il termine “migliorie” perché, detto in modo più elegante, si tratta di progressi incrementali e intuitivi che, passo dopo passo – come succede in talune vicende umane – portano a compiere un grande viaggio, solo di rado a registrare un brevetto. Ripeto: si tratta di un percorso non tracciato dagli enti certificatori della produttività o dello stato di innovatività delle nostre piccole imprese, non codificato e nemmeno organizzato in un reparto altrove chiamato R&D ma ben documentabile se si andassero, con dovizia, a guardare i risultati traguardati da chi questo tipo di innovazione la fa in concreto. Un processo che spesso si compie attraverso lo scambio tra cliente e fornitore o tra piccole imprese e grandi gruppi all’interno delle filiere capitanate dai giganti multinazionali, altre volte tra aziende minori e università.

 

D: Un percorso incrementale e non tracciato.

R: Provo a raccontarvi l’ultimo di centinaia di esempi che vi potrei citare. Una cosa che “non si poteva fare” è stata fatta. Una cosa che non esisteva ora c’è. Una lavorazione che deve avere standard estetici e funzionali altissimi viene presa in carico da una micro impresa che, a furia di tentativi, riesce a trovare, anche attraverso un altro piccolo partner (abruzzese) che gli fornisce i centri di lavoro adeguati, la soluzione giusta. Ovvero un prodotto fatto a regola d’arte coerente con il posizionamento del marchio del committente. Non solo: questa scoperta può diventare un punto di partenza per altri sviluppi su prodotti similari che richiedono quel processo così difficile ora messo a punto.

Nel caso della micro impresa siamo di fronte a qualcosa di nuovo? Si! Siamo di fronte a qualcosa che non si era mai visto prima? Si! Verrà mai nominata nelle ricerche ufficiali questa innovazione? No e poi no! Sarà invisibile e, se nessuno farà emergere questo o i moltissimi casi simili, ci porterà inevitabilmente ai piedi delle solite (parziali) classifiche. Vi sembra corretto negare questa realtà solo perché non viene tracciata dai canali ufficiali? Sarà pure fuori dai report dei centri studi ma questa micro impresa ha fatto, nel suo piccolo, innovazione ed è più che mai dentro al futuro, in prima fila per costruirsi un domani migliore.

E perdonate, cosa conta di più? La ricerca con le sue misure incomplete o la realtà dei fatti?

 

D: Cosa pensa dell’entusiasmo che c’è attorno al fenomeno delle startup innovative?

R: Di frequente i media e i social danno risalto a storie di startup e dei loro giovani protagonisti. E’ senza dubbio la forma d’impresa che, a differenze di molte altre, gode di una grande spinta mediatica e di un forte supporto culturale da cui conseguono privilegi e agevolazioni di varia natura. Ho però la sensazione che ci sia una sorta di pregiudizio positivo: il fenomeno è senz’altro in crescita percentuale ma bisognerebbe guardare anche le cifre assolute: se si leggono un po’ di dati quantitativi al gennaio 2021 il quadro complessivo non permette di brindare al miracolo.

I numeri, pur incrementali, sono ancora da super nicchia e i risultati di bilancio e di occupazione in media deludenti. Prima di vedere le start-up come la promessa di una rinascita economica, andrebbero vagliate accuratamente e osservate nel medio termine per capire cosa in effetti sono in grado di generare (in termini di valore e di posti di lavoro) dopo lo slancio e il clamore iniziale. Proprio a partire dallo scollamento tra la risonanza mediatica e i risultati effettivi, la riflessione che vi propongo oggi è su una possibile via italiana alla nascita e allo sviluppo di un’impresa parecchio diversa dai tanto celebrati exploit d’oltreoceano.

Vorrei far emergere le principali differenze tra il nostro modo di fare impresa e quei fenomeni alla Silicon Valley, che vengono presentati come modelli da imitare. Esplicitando le peculiarità dei nostri casi di successo rispetto alle start-up americane, si potrebbe tentare di indicare una via “italiana” al fare impresa, sicuramente meno leggendaria ma possibile, senza voler dare un giudizio in termini di maggiore o minore positività, ma semplicemente prendendo atto di condizioni di contesto molto diverse.

 

D: A suo avviso quali sono gli elementi discriminati per una startup di successo?

R: Un primo elemento differenziante riguarda le competenze sui cui si basa la neo-nata impresa. Nel caso italiano, prevalgono imprenditori che fondano la loro idea su un’abilità tecnica e manuale, su una conoscenza di prodotto o di processo produttivo, mentre molte delle start-up d’oltreoceano, celebrate dalle cronache finanziarie, hanno per protagonisti dei ricercatori e sono di fatto degli spin-off universitari a prevalenza tecnologica. Al contrario, per sviluppare questa capacità di fare, c’è bisogno, oggi come ieri, di molto esercizio, ragion per cui, lo studio universitario, decisamente teorico, diventa pressoché inconciliabile con la pratica lavorativa. Questa distintiva capacità di fare è molto lontana dalle conoscenze degli startupper fuoriusciti dal mondo della ricerca accademica. Essa somiglia di più all’abilità dell’artigiano che viene però integrata, fin dall’inizio, con l’attenzione alla ricerca e alla comunicazione.

Una seconda differenza riguarda la velocità della crescita nella fase di avvio. Molte imprese italiane neonate crescono – in termini dimensionali – più lentamente, per i primi anni sono praticamente ferme e solo successivamente iniziano a raccogliere i frutti dell’investimento iniziale. Questa dinamica letta secondo la linea di pensiero che s’ispira alle esperienze americane, non sarebbe giudicata positivamente perché una caratteristica vincente di quel modello è la crescita esponenziale fin dai primissimi anni di vita. Un eventuale giudizio negativo sulla lentezza della crescita non terrebbe poi in giusta considerazione le caratteristiche dei settori manifatturieri in cui molte imprese italiane nascono, non adatti a un’impennata fulminea come avviene di norma nel mondo delle tecnologie informatiche o digitali. Prendere a riferimento le dinamiche di crescita delle digital company e usarle come metro per misurare la bontà di progetti imprenditoriali avviati in settori come l’agroalimantare, l’abbigliamento, l’arredamento, l’automazione o l’ospitalità – quelli in cui l’Italia ha finora dimostrato una superiorità nel confronto internazionale – risulta quanto meno fuorviante.

Le diversità di comparto mettono in luce una terza differenza utile per delineare una via italiana alla creazione di impresa che riguarda il concetto di innovazione. Le start-up, un po’ leggendarie, alle quali ci si vorrebbe ispirare sono centrate su un concetto di innovazione in cui la dimensione tecnologica è la sola a contare. Molti casi italiani invece dimostrano che si può raggiungere una notorietà di nicchia anche a livello internazionale puntando su cambiamenti e dunque facendo innovazione ad ampio spettro nello stile, nella distribuzione o nella comunicazione coerentemente alla vocazione e alla specializzazione manifatturiera del nostro Paese.

Una quarta differenza può poi essere rintracciata nell’evoluzione della figura dello startupper americano rispetto al fondatore italiano. I giovani imprenditori del primo tipo sono visti come centometristi che devono dare il massimo nello sprint iniziale per poi eventualmente, una volta ripagati dei loro sforzi con somme cospicue buttarsi a capofitto in un’altra impresa o in qualche caso, quando le somme sono davvero importanti, dedicarsi alla filantropia sociale o culturale. Nei casi di successo italiani, per tutte le diversità già evidenziate, l’imprenditore assomiglia di più a un maratoneta, che attraverso la costanza e l’approfondimento, raggiunge la massimizzazione del risultato economico nel lungo periodo.

Un’ultima differenza, da non trascurare per questo, riguarda il contesto finanziario italiano rispetto a quello americano. Le aziende italiane crescono inizialmente solo sulla base dell’autofinanziamento: non ci sono molti venture capital o private equity pronti a supportarle. Manca ancora nel nostro Paese, un contesto finanziario, pronto ad iniettare una robusta dose di mezzi monetari nei primi anni di vita. Le start-up alle quali ci si vorrebbe ispirare, invece, si muovono in uno scenario molto più ricco di opportunità finanziarie a partire dal mercato azionario: si cresce molto più in fretta a suon di steroidi. Se non si riconosce questa diversità, si rischia di alimentare utopie e conseguenti disillusioni o di offrire, agli aspiranti imprenditori, l’alibi dell’immobilismo, nell’attesa che il nostro sistema evolva e da periferico qual è diventi centrale come quello americano.

La provocazione sorge spontanea: cosa sarebbe accaduto a molti imprenditori italiani se avessero invocato, per partire, lo sviluppo di strumenti di finanziamento già ampiamente in voga negli USA? Quali storie imprenditoriali avrei mai potuto raccontare se i fondatori delle aziende che conosco avessero atteso il supporto di strumenti che trent’anni dopo stentano ancora a diffondersi in Italia? Gli imprenditori italiani di prima generazione, per un desiderio di riscatto o di espressione personale, si muovono indipendentemente dai presunti vincoli del contesto, facendo i conti con le caratteristiche del terreno di gioco in cui si trovano a voler avviare la loro impresa.

Sono totalmente d’accordo con quanto scriveva tempo fa Gianluca Salvatori: “Imparare a giocare su un terreno totalmente diverso da quello le cui regole si insegnano nelle business school americane. Non è necessariamente un male, basta esserne consapevoli e calibrare di conseguenza le proprie ambizioni…E’ vero dunque che in Italia le start up possono contribuire a creare nuove opportunità di sviluppo e di occupazione, ma a condizione di comprendere quanto rende specifico il nostro contesto. Le azioni conseguenti – dalle misure di incentivazione a livello nazionale ai singoli programmi locali – saranno tanto più efficaci quanto più mostreranno di aver chiaro che l’obiettivo di trasformare idee innovative in progetti di impresa non si ottiene ripentendo formule o alimentando miti, ma volando alla giusta altezza per vedere nel dettaglio il terreno su cui si interviene, favorendo la crescita di specializzazioni coerenti, fornendo strumenti per facilitare connessioni, credendo in un’idea aperta e plurale di innovazione, in cui l’ultima parola non sia per forza quella della tecnologia”.

Sembra quindi che una via italiana dell’innovazione esista davvero secondo chiare linee guida strategiche per preservare e promuovere le Pmi italiane, valorizzandone le caratteristiche storiche e culturali.