In un Paese dove l’errore viene spesso nascosto sotto il tappeto e il fallimento è vissuto come una vergogna, c’è chi ha deciso di ribaltare il paradigma. Francesca Corrado, economista, formatrice e visionaria, ha fondato la Scuola del fallimento: un progetto educativo e imprenditoriale che mira a insegnare, sin dall’infanzia, il valore formativo dell’errore.
La sua storia parte da un momento di crisi personale e professionale, ma si trasforma in un’occasione di rinascita. In questa intervista ci racconta come il fallimento, se guardato con occhi nuovi, possa diventare un potente strumento di crescita personale, scolastica e aziendale.
Con uno sguardo lucido, ironico e profondamente umano, Francesca ci guida dentro un mondo dove sbagliare non solo è concesso, ma diventa necessario per innovare, migliorarsi e trovare la propria strada. Perché, come dice lei, “fallire non significa essere un fallito”.
D: Francesca, hai fondato la Scuola di fallimento in un paese che spesso stigmatizza l’errore. Come è nata questa idea e cosa ti ha spinto a trasformarla in un progetto imprenditoriale?
R: L’idea è nata nel 2015, in uno dei momenti più difficili della mia vita. In soli due mesi ho vissuto una serie di fallimenti personali e professionali: ho liquidato una società, ho visto sfumare una cattedra per cui avevo lavorato duramente, ho chiuso relazioni importanti e non avevo più una casa. In quel periodo mio padre stava cominciando a manifestare i primi segni dell’Alzheimer e, paradossalmente, è proprio grazie a lui se ho iniziato a vedere le cose da una prospettiva diversa. Ho capito che il fallimento non mi definiva. Se ho fallito, non significa che sono una fallita.
Mi sono ispirata alla cultura americana, dove l’errore è considerato una tappa della crescita. Ma in Italia non c’era nulla che trasformasse questa teoria in pratica. Così mi sono detta: sono una formatrice, una docente, posso crearlo io. Ho iniziato a parlare con le persone, a proporre un’idea folle: “Ti iscriveresti a una scuola di fallimento?” Le reazioni sono state polarizzanti. Alcuni mi dicevano: “Finalmente, posso parlare di ciò che non ha funzionato”. Altri, invece, facevano gesti scaramantici e fuggivano il discorso. È lì che ho capito: esiste un bisogno profondo, ma anche un tabù da rompere.
Poi ho fatto una festa per celebrare i miei fallimenti. Vivo a Modena, una città dove le voci girano in fretta: alla festa è venuta una fondazione, che ha deciso di finanziare il mio primo corso. Da lì è cominciato tutto.
D: Un progetto decisamente innovativo per l’Italia. Che differenza vedi tra il nostro Paese e altri nel modo di affrontare il fallimento, sia scolastico che imprenditoriale?
R: Nel mio libro Il fallimento è una rivoluzione, dedico un intero capitolo a questo tema. Il rapporto con il fallimento cambia in base alla cultura geografica, religiosa e anche economica. I Paesi di matrice protestante, come gli Stati Uniti, sono più tolleranti. Nei Paesi cattolici, come l’Italia, l’errore è spesso legato al senso di colpa. Anche l’economia conta: nei Paesi con un Pil in crescita c’è più apertura a dare seconde possibilità. Nei Paesi in crisi, invece, il fallimento viene percepito come colpa. È una questione di norme, di mindset e di educazione. Un esempio concreto: nei Paesi asiatici, l’autorità non si contesta, nemmeno quando sbaglia. Questo ha un impatto anche in settori critici, come l’aviazione. In Irlanda, invece, c’è grande tolleranza per gli errori delle startup. In Germania, al contrario, c’è una rigidità culturale che molti esperti collegano all’attuale crisi d’innovazione del Paese.
I Paesi nordici sono molto più avanti: lì si educa all’errore fin da bambini, e infatti con loro organizziamo il 13 ottobre la Giornata mondiale del fallimento.
D: Parli spesso di allenamento al fallimento. Cosa significa concretamente e come può essere implementato in scuole e aziende?
R: Significa cambiare cultura, e questo richiede tempo. In Italia abbiamo una cultura della perfezione, del successo a ogni costo. Ma sbagliare è fisiologico, e soprattutto è utile. Non basta dire che sbagliando si impara: bisogna analizzare l’errore per farlo diventare apprendimento. Nelle scuole bisognerebbe partire insegnando a fare errori. Anche piccoli: cambiare una ricetta, provare uno sport, scrivere un tema. L’errore va abbracciato, osservato, studiato. Solo così si trasforma in valore.
Nelle aziende propongo riunioni di bad practice, cioè momenti in cui si raccontano gli errori senza giudizio. Ogni errore è un’informazione utile, come un post-it con un messaggio. Più ne raccogliamo, più il nostro processo di miglioramento si arricchisce.
E poi: organizzare feste del fallimento, premiare l’errore più utile, introdurre strumenti come il premortem (cosa potrebbe andare storto) o il postmortem (cosa è andato storto) di un progetto. La chiave è creare sicurezza psicologica, anche negli spazi fisici, come stiamo facendo con una grande azienda farmaceutica italiana.
D: Quale è il più grande malinteso che i giovani hanno sul fallimento? E cosa vorresti che capissero prima di lanciarsi in una nuova impresa?
R: Il malinteso nasce dagli adulti. C’è una concezione tossica di successo, come se fosse il contrario del fallimento. Ma il vero successo non è evitare di cadere, è rialzarsi ogni volta. Ai giovani dico: fatevi raccontare gli errori dai vostri genitori, insegnanti, imprenditori. Capirete che il fallimento è umano.
Da giovani si provano emozioni forti: rabbia, frustrazione, delusione. È normale. Ma serve imparare a riconoscerle, ascoltarle e trasformarle. Ogni scelta è un bivio e il margine d’errore c’è sempre. Ma se la scelta l’hai fatta tu, è già la scelta giusta. Anche se poi la correggerai. L’importante è scegliere col cuore.
D: Parliamo proprio di scelte. Che consiglio daresti ai ragazzi che devono scegliere il loro percorso universitario o professionale?
R: C’è un progetto che porto avanti, si chiama You Choose. Lì partiamo proprio da questo: scegliere non significa trovare la scelta giusta, ma trovare la propria scelta. Spesso i ragazzi scelgono per accontentare qualcun altro. Poi da adulti rimpiangono di non aver seguito una passione.
Non sappiamo cosa accadrà in futuro. Quello che conta è stare nel presente, scegliere ciò che ci fa battere il cuore. La parola coraggio viene dal latino cor habeo, avere cuore. Anche se sbagli, se lo hai fatto con il cuore, avrai imparato qualcosa che ti servirà per il futuro.
D: Nel gioco del fallimento proponi una modalità formativa innovativa. Come nasce questa idea e quanto pensi che il gioco possa insegnare anche nel mondo del lavoro?
R: Vengo dallo sport, e lì si vince o si impara. Il gioco è stata anche la mia chiave di dialogo con mio padre, quando non riusciva più a comunicare. Il gioco simula la realtà: c’è la fortuna (il dado), le informazioni che abbiamo (le carte), le emozioni, la strategia, l’influenza degli altri.
Nei miei percorsi aziendali creo giochi ad hoc: simulazioni che permettono di sperimentare l’errore in un ambiente protetto. Quando si perde una partita si riflette, si rielabora, e spesso la volta successiva si vince. Il gioco è apprendimento in movimento.
D: Se potessi condensare il messaggio dei tuoi libri in una frase, quale sceglieresti per i giovani imprenditori che si affacciano oggi al mondo del lavoro?
R: “Il fallimento è un’opportunità ancora invisibile alla mente e al cuore.”
Non è qualcosa che ti toglie, ma qualcosa che ti aggiunge. L’errore è un maestro. Bisogna solo saperlo ascoltare.
In un’Italia che spesso celebra solo i traguardi, Francesca Corrado ci ricorda che anche le cadute fanno parte del viaggio. La sua Scuola del fallimento non è solo un progetto educativo, ma un vero e proprio cambio di prospettiva culturale: un invito a smettere di temere l’errore, ad abbracciare l’imperfezione e a riscoprire la forza che nasce dalle proprie fragilità.
Il messaggio è chiaro e potente, soprattutto per i giovani imprenditori: il successo non è l’assenza di fallimenti, ma la capacità di trasformarli in opportunità.