La difesa comune affonda le sue radici negli anni Cinquanta, nel pensiero di Alcide De Gasperi e degli altri padri fondatori dell’Europa e, prima ancora, nel Manifesto di Ventotene. L’unità economica del Continente doveva essere solo l’inizio di un percorso in grado di raggiungere l’unità politica e la difesa comune. Ma in che misura oggi l’UE può supportare, se non guidare, il processo di rafforzamento delle nostre capacità militari?
Stiamo vivendo un momento cruciale per l’Unione europea: di fronte a sfide di sicurezza senza precedenti, la Commissione europea ha presentato le iniziative di difesa più ambiziose degli ultimi decenni. Si prevede che il “SAFE- Security Action for Europe” e la “Readiness Roadmap 2030” porteranno al più grande aumento degli investimenti nella difesa nella storia dell’Unione. Alla recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di promesse di difesa comune e catene industriali strategiche, in un racconto di un’UE compatta, pronta a “proteggere i valori”. Guardando indietro nel tempo, alla ricerca delle nostre radici europee, già agli albori degli anni Cinquanta i padri fondatori dell’Europa, Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet e Alcide De Gasperi, ritenevano che l’unità economica del Continente dovesse essere solo l’inizio di un percorso che portasse all’unità politica e alla difesa comune, in connessione con la partecipazione alla Nato. Era l’“unità” vista dai sapienti occhi di figli di due terribili guerre mondiali. L’esercito comune o l’integrazione degli eserciti nazionali erano visti come obiettivo che sarebbe servito innanzitutto alla protezione dalle minacce esterne (a cominciare da quella sovietica) e, pertanto, alla pace. Ma la Comunità Europea di Difesa sognata da De Gasperi nel 1951 è stata affossata dal Parlamento francese pochi giorni dopo la sua morte.
Oggi più che mai occorre sgombrare il campo da possibili equivoci, lessicali e non solo. Un riarmo dei singoli Stati, se non governato e armonizzato da un ente sovranazionale, può creare squilibri in grado di determinare ulteriori divisioni in Europa. La difesa comune, invece, prevede che i singoli Paesi diano a debito comune fondi e intendano raggiungere un ulteriore pilastro dell’unificazione europea già previsto dal Manifesto di Ventotene. Politiche sociali, politiche fiscali e politica estera comuni per una nuova idea di stato: unico e innovativo.
Cosa rimane di quelle radici? La difesa comune europea è necessaria? Ne parliamo con Renato Ibrido, professore associato di Diritto pubblico comparato all’Università degli Studi di Firenze, che ringraziamo per la sua disponibilità a questa intervista.
Nel dicembre scorso il Presidente Mattarella ha dichiarato che «la spesa per la difesa non è mai stata popolare, ma mai come ora è necessaria». È davvero così? In che misura l’UE può supportare, se non guidare, il processo di rafforzamento delle nostre capacità militari?
Partiamo da una premessa: la necessità di nuovi investimenti nel campo della difesa non è un “capriccio”, ma un’esigenza reale già emersa prima della guerra in Ucraina: l’evoluzione tecnologica dei sistemi d’arma ha profondamente cambiato il modo con il quale si combatte, si dissuade e si protegge. È naturale, dunque, che i bilanci pubblici e l’UE debbano fare la loro parte in questo processo di ammodernamento delle Forze armate. Il problema, però, non è tanto il se, quanto, piuttosto, il come. Con il programma SAFE, è stata avviata la sottoscrizione di prestiti garantiti dal bilancio dell’Unione per sostenere progetti nell’industria della difesa. Di per sé non si tratta di una soluzione negativa, anzi essa contribuisce a smontare lo sbrigativo luogo comune secondo il quale l’UE non sarebbe un attore geopolitico. Tuttavia, tale programma così come altre iniziative allo studio sembrano dirci che, allo stato attuale, non esistono vere alternative all’indebitamento per sostenere un aumento della spesa fino al target del 5% del PIL. Ma siamo sicuri che un riarmo finanziato con un debito non sostenibile nel medio-lungo periodo produca automaticamente maggiore sicurezza?
Quali rischi intravede, nello specifico?
Pensiamo allo scenario peggiore. Ipotizziamo che la scelta di finanziare la spesa militare con debito non sostenibile determini una crisi dei debiti sovrani. Che il riflesso sociale di tale crisi favorisca l’ascesa al governo di movimenti apertamente ostili ai valori europei e costituzionali, e che tali partiti si trovino a guidare Stati dotati di apparati militari significativamente più potenti rispetto al passato. In un simile contesto, possiamo davvero escludere che questo rafforzato apparato della forza non venga utilizzato – o anche solo minacciato – anziché contro nemici esterni all’UE, nei confronti di altri paesi membri? Ad esempio come mezzo di pressione per ottenere risorse economiche necessarie a fronteggiare la crisi sociale interna? Non sto affermando che questo scenario sia destinato a realizzarsi, ma che dovremmo interrogarci fin da subito sulle contromosse. Giusto per fare “nomi e cognomi”: il Cancelliere Merz ha affermato che la Germania avrà l’esercito convenzionale più forte d’Europa. Visti i sondaggi, possiamo permetterci il rischio che un giorno questo imponente strumento militare finisca nelle mani dell’AFD?
Quali potrebbero essere, dunque, le alternative?
Innanzitutto, spostare il dibattito dal quanto al come spendere. Come ha evidenziato una ricerca di Natalizia e Mazziotti di Celso, la soglia del 5% del PIL da destinare alla spesa della difesa è semplicemente un “mito”: può risultare politicamente comoda, ma il suo raggiungimento non garantisce affatto un reale rafforzamento delle capacità militari. È anzi probabile che in alcuni paesi queste nuove risorse verranno allocate in attività considerate politicamente più accettabili sul piano interno, ma poco rilevanti per prontezza operativa e capacità di combattimento. L’unico modo serio di affrontare il tema è ragionare in termini di priorità, obiettivi e responsabilità, anziché di parametri quantitativi ancorati al PIL. Prima di “ipotecarci” il nostro futuro con spese non necessarie cerchiamo di capire di quali mezzi abbiamo davvero bisogno negli scenari per noi geopoliticamente esistenziali.
Vale a dire?
Per l’Italia e per alcuni paesi europei, lo scenario geopolitico esistenziale è il Mediterraneo, precisamente il teatro che connette i tre “colli di bottiglia” di Gibilterra, Suez e Bab-el-Mandeb. L’Italia è una potenza manifatturiera esportatrice, dipendente da questi flussi marittimi per energia, risorse, merci, dati. Se venisse interrotta la continuità di quel corridoio, il sistema economico e produttivo italiano non entrerebbe in crisi. Semplicemente cesserebbe di esistere. In secondo luogo, con lo scioglimento dei ghiacci artici in futuro saranno praticabili nuove rotte che, secondo alcuni modelli, tra il 2040 e il 2070 raggiungeranno una navigabilità continuativa estiva e autunnale. Ciò significa che una quota di traffici si sposterà verso Nord, rendendo il Mediterraneo meno centrale. Ma questo rischio non è un destino geografico: dipende da quanto i Paesi mediterranei sapranno trasformare il proprio mare in una infrastruttura strategica governata, capace di offrire valore che l’Artico non può replicare facilmente. Abbiamo davanti a noi una finestra temporale – non breve ma neppure infinita – che deve portarci, come sistema economico e della difesa, a gestire questo cambiamento.
In questo processo di rafforzamento delle capacità militari europee quale errore occorre evitare?
Innanzitutto, trasformare la sicurezza in una politica della paura. Il caso del video della Commissaria europea Lahbib dedicato al “kit di sopravvivenza” per le prime 72h di una guerra mi pare emblematico. In pochi anni siamo passati dalla totale rimozione della guerra dal nostro immaginario collettivo alla sua rappresentazione come inevitabile e imminente. Terrorizzare e militarizzare la società civile può forse aiutare nel breve periodo a rendere accettabili determinate spese per la difesa, ma nel medio-lungo periodo rischia di favorire l’ascesa al potere di movimenti anti-sistema. Secondo: evitare di trasformare l’Europa in un nuovo caso-studio da manuale del c.d. “dilemma della sicurezza”. Secondo questo paradigma storico, ogni sforzo per rafforzare la propria forza militare viene automaticamente interpretato dagli altri come un segnale di ostilità, generando una corsa al riarmo. Con, tuttavia, una differenza formidabile rispetto al passato: non esisteva un’asimmetria nucleare, come oggi fra l’Europa e le tre superpotenze.
L’Europa deve partire dalla consapevolezza dei propri limiti e dalle proprie potenzialità. Salvo la Francia, nessuno Stato membro dispone di una deterrenza nucleare. Dobbiamo quindi guardare in faccia la realtà: a meno di non volerci dotare di una deterrenza nucleare comune, l’Europa non può pensare di sfidare Stati Uniti, Cina e Russia direttamente sul piano militare.
Ha parlato, tuttavia, anche di potenzialità…
Certo. La BCE gioca un ruolo geopolitico cruciale: secondo alcune indiscrezioni, nel recente scontro sulla Groenlandia, qualcuno nell’amministrazione Trump sembrerebbe esserselo ricordato. Inoltre, l’UE ha un mercato unico da oltre 440 milioni di consumatori. Ma, soprattutto, l’UE è uno spazio economico altamente prevedibile. I suoi sistemi giuridici rendono l’Europa un luogo in cui investire è meno rischioso e pianificare sul lungo periodo è ancora possibile. Regole, diritto, economia e soprattutto politica sono le “carte” che possiamo giocarci, senza escludere, evidentemente, la deterrenza.
«Non si tratta soltanto di impedire la guerra tra di noi, ma anche di formare una comunità di difesa. Non si tratta di minacciare o di conquistare, si tratta di scoraggiare qualsiasi attacco dall’esterno spinto dall’odio contro un’Europa unita». Così Alcide De Gasperi inquadrava la difesa comune europea, in una cornice peraltro più ampia di rafforzamento del sistema giuridico internazionale della convivenza. Cosa può fare il Diritto oggi?
Il Diritto rimane un’arma geopolitica, perché riesce a trasformare la forza in potere affidabile e prevedibile. Senza regole ogni pratica dovrebbe essere rinegoziata caso per caso, sotto la costante minaccia dell’arbitrio e della forza, e l’intero edificio del commercio internazionale crollerebbe. Ciò risulterebbe del tutto antieconomico persino per il “più forte”, perché i costi necessari a rendere ogni interazione minimamente sicura finirebbero sistematicamente per superare i benefici attesi della cooperazione stessa. Come ha scritto Henkin, quasi tutti i paesi rispettano quasi sempre quasi tutte le norme internazionali. Certo, in quel «quasi», ripetuto tre volte, in cui sono concentrati tutti i nervi scoperti del diritto internazionale, si gioca l’alternativa drammatica fra la guerra e la pace. Ciò non toglie che un sistema internazionale improntato a una sequenza di deal e calcoli orientati al conseguimento di vantaggi immediati, con totale disinteresse rispetto a obiettivi collettivi e alla costruzione di relazioni di fiducia reciproca semplicemente non potrà mai reggere nel medio-lungo periodo. L’Europa ha quindi un’opportunità per esibire il volto gentile di una “potenza responsabile”, utilizzando il Diritto e le istituzioni per costruire nuovi legami e strutturare spazi di cooperazione. Non a caso, Chabod ha rintracciato la prima manifestazione dell’idea di Europa con la presa di coscienza da parte dei popoli ellenici impegnati nelle guerre persiane di essere diversi da coloro che combattevano per un tratto specifico della loro cultura: la circostanza di «vivere “secondo le leggi”, non secondo l’arbitrio di un despota». Come vede, a volte il futuro ha un cuore antico.