Quando si parla di rapporti economici tra Italia e Stati Uniti, è facile pensare a una relazione consolidata, fatta di scambi intensi, innovazione e sinergie produttive. E i numeri lo confermano: gli Usa sono oggi la prima destinazione extra-Ue per l’export italiano di beni, servizi e investimenti diretti. Una leadership che riflette un legame economico profondo, ma anche alcune fragilità, soprattutto sul fronte digitale e degli investimenti in entrata.
Nel 2024, secondo le stime del Centro Studi Confindustria, l’Italia ha esportato beni verso gli Stati Uniti per circa 65 miliardi di euro, pari a oltre il 10% del totale delle esportazioni italiane. Gli Usa si confermano così la seconda destinazione assoluta dei nostri prodotti, subito dopo la Germania e davanti alla Francia. Le importazioni di beni statunitensi, invece, si sono fermate a quasi 26 miliardi di euro, circa il 4,6% del totale import italiano. Il saldo commerciale, dunque, è fortemente positivo per l’Italia: quasi 39 miliardi di euro di surplus, che da solo rappresenta una larga fetta del nostro attivo complessivo (circa 54 miliardi).
Un trend chiaro, costruito nel tempo: tra il 2019 e il 2023, l’incremento dell’export italiano è stato trainato in gran parte proprio dalla domanda americana, con un contributo di +4,5 punti percentuali alla crescita complessiva, il più alto tra tutti i Paesi partner.
Ma non è solo di beni materiali che vive l’economia e nel mondo dei servizi il quadro comincia a equilibrarsi. Nel 2023, le esportazioni italiane di servizi verso gli Usa sono state pari a 12,7 miliardi di euro, mentre le importazioni si sono attestate a 10,1 miliardi, generando un saldo positivo di circa 2,5 miliardi. È uno dei pochi casi di surplus nella bilancia dei servizi per l’Italia, secondo solo a quello con la Svizzera. Circa la metà dell’export è legato al turismo inbound (americani che viaggiano in Italia), mentre un terzo riguarda servizi professionali e informativi.
Una cifra che, a prima vista, sembra contenuta. Ma è davvero tutto qui? Probabilmente no. Il punto è che molti servizi digitali statunitensi consumati in Italia non vengono tracciati con chiarezza nei dati ufficiali. Pensiamo a tutte le campagne pubblicitarie su Google e Meta, agli abbonamenti a servizi come Microsoft 365, Amazon Prime, ChatGPT o Netflix, ai pagamenti in-app, ai servizi cloud, all’intelligenza artificiale e alle piattaforme di intermediazione come Airbnb, Uber, Etsy o eBay. Gran parte di queste spese viene incanalata attraverso filiali europee (spesso con sede in Irlanda o Lussemburgo) o pagata direttamente con carta di credito da privati e aziende italiane. Risultato: una parte significativa dei flussi economici sfugge ai radar della bilancia dei servizi.
Oltre agli scambi commerciali, va considerato il canale degli investimenti. Gli Stati Uniti sono la prima destinazione degli investimenti diretti italiani all’estero, anche rispetto ai partner europei: nel biennio 2022-2023, quasi cinque miliardi di euro annui, pari al 27% del totale. Viceversa, gli investimenti in entrata dagli USA verso l’Italia sono stati molto più contenuti, intorno a 1,5 miliardi l’anno. Il risultato? Un deflusso netto di capitali produttivi verso gli Usa. Una dinamica che da un lato segnala la forza espansiva delle aziende italiane, dall’altro mette in evidenza la relativa debolezza del nostro Paese nell’attrarre capitali americani.
Per chi guarda al futuro delle relazioni tra Italia e Usa – come i giovani imprenditori italiani – è fondamentale leggere anche le aree grigie, come il digitale, la fiscalità, la misurazione dei servizi e l’attrattività per gli investimenti. Solo così potremo davvero comprendere dove stiamo vincendo e dove, invece, c’è ancora da lavorare.