Quale impresa

Impresa, cultura, memoria: far conoscere il valore del saper fare

Cultura, storia e tecnica non sono mondi separati, ma aspetti dello stesso processo. Un brevetto o una macchina non sono meno cultura di un’opera letteraria, perché trasformano la realtà e generano nuove possibilità di vita. Primo Levi in “La chiave a stella” racconta come il lavoro tecnico, manuale, è una delle dimensioni che rendono orgogliosi di far bene il proprio lavoro e per lui far bene il proprio lavoro è qualcosa che somiglia alla felicità. Primo Levi ci offre una dimensione poetica del fare.

La storia è consapevolezza: ci aiuta a capire ciò che siamo stati per interpretare ciò che stiamo diventando e la cultura non coincide solo con i grandi testi, ma anche con la cosiddetta cultura materiale: le tecniche produttive, i modi concreti del fare. È in questa dimensione che l’impresa diventa cultura. Fare impresa significa intrecciare tecnica e bellezza, dentro una tradizione italiana che ha sempre creato prodotti unici amati dal mondo intero, fatti con precisione e capacità meccanica. È questo intreccio che rende il Made in Italy un sistema produttivo, ma anche patrimonio storico e culturale, competitivo e non replicabile. Per approfondire questo rapporto tra impresa e cultura abbiamo intervistato Antonio Calabrò, Presidente di Museimpresa.

In un tempo in cui le imprese sono chiamate a misurarsi con trasformazioni profonde, che cosa significa oggi parlare di cultura d’impresa?

Ogni impresa ha la sua storia, le sue tradizioni, i suoi stili di lavoro. Ma chi guarda complessivamente la situazione dell’impresa o, più esattamente, dell’industria italiana, trova un tratto caratteristico comune. Le nostre manifatture, le migliori società di servizi sono tutte legate tra loro da quella che potremmo chiamare “cultura politecnica”: una sintesi originale di saperi umanistici e di conoscenze scientifiche. Il senso del bello, dell’equilibrio, della misura e una attitudine speciale per l’innovazione più sofisticata. Sta qui, il nostro punto di forza, che ci permette ancora, nonostante tutto, di essere competitivi, anche in una stagione di grandi incertezze e di radicali modifiche del contesto competitivo. Proprio la nostra cultura politecnica, così originale e flessibile, ci permette di reggere anche le più radicali sfide economiche e produttive. E, oggi, di provare ad avere una risposta italiana ed europea alle sfide poste dell’Intelligenza Artificiale.

Lei ha più volte sottolineato come l’impresa non sia soltanto un attore economico, ma anche un soggetto culturale. Che responsabilità implica questa visione?

Essere attore culturale, per un’impresa, significa avere uno sguardo generale sui problemi che la riguardano, sulle persone che ci operano, sui mercati di riferimento. E lavorare intensamente sulla ricerca scientifica e le applicazioni tecnologiche. Cultura è un brevetto, un nuovo processo produttivo, un nuovo materiale, un originale sfruttamento di una fonte di energia, una formula chimica, un processo mirato ad affrontare un problema medico, una innovativa organizzazione del lavoro. Cultura è sintesi di saperi, che danno risposte inedite a problemi sinora irrisolti. Il che comporta la scelta di investire al massimo su ricerca e sviluppo e sulla formazione delle maestranze a tutti i livelli. Una formazione che segua tutto il corso del lavoro e rafforzi le capacità professionali per fare fronte alle evoluzioni tecnologiche e alle nuove sfide dell’organizzazione.

La cultura d’impresa può diventare un fattore competitivo?

Profondamente sì. È il segno distintivo della nostra storia. Sui mercati la competizione è durissima, la concorrenza a copiare ed emulare i prodotti e i processi produttivi molto sofisticata. Ma c‘è una cosa che non si può copiare: la propria storia, la propria cultura.

Che cosa rappresentano oggi i musei e gli archivi d’impresa?

Musei e archivi d’impresa sono luoghi di conservazione del sapere tecnico e culturale dei processi produttivi. Un deposito di testimonianze di esperienza. I luoghi della tradizione. Ma soprattutto gli spazi che raccontano l’innovazione nel corso del tempo. Hanno anche un’altra funzione: sono luoghi formativi per le nuove risorse umane che entrano in azienda e rappresentano una forte leva di identità e di orgoglio di appartenenza aziendale.

Che cos’è Museimpresa e qual è la sua mission?

Museimpresa è nata venticinque anni fa per iniziativa di Confindustria e di Assolombarda, con un piccolo gruppo di soci fondatori (grandi e piccole imprese) e un progetto ambizioso: non solo conservare le testimonianze del “saper fare” italiano ma soprattutto valorizzare una tendenza all’imprenditorialità e fornire esempi alle nuove generazioni. Adesso abbiamo oltre 170 imprese iscritte, tra grandi, medie e piccole, con una forte concentrazione delle presenze nelle zone in cui l’industria è più diffusa, a cominciare dalla Lombardia.

In Italia c’è da tempo, purtroppo, una diffusa cultura anti-impresa. Ed è necessario un solido e continuo impegno culturale per fare emergere i valori delle imprese, come attori sociali positivi del territorio, ma anche come protagoniste del welfare nei distretti e, per le nuove generazioni, come veri e propri ascensori sociali per dare spazio alle proprie capacità.

Tra le responsabilità di Museimpresa c’è anche questo. Insistere sui valori dell’intraprendenza, del lavoro e del saper fare: del “bello e ben fatto”. Ecco, per dirla in una formula: bisogna passare dall’impegno al “saper fare” all’insistenza sul “far sapere”: costruire con tutti gli strumenti della comunicazione e delle relazioni sociali un nuovo e migliore racconto dell’impresa italiana.

Qual è oggi il ruolo di Museimpresa nell’accompagnare le imprese in questo percorso di consapevolezza e valorizzazione?

Fare crescere la consapevolezza dell’importanza dell’archivio storico e del museo come veri e propri asset competitivi dell’impresa. C’è l’orgoglio della memoria, per il lavoro già fatto. Ma c’è soprattutto la consapevolezza del legame forte che passa tra storia e innovazione. “Chi non ha passato non ha un futuro”, ci ha insegnato un grande storico come Fernand Braudel. E questa è una lezione che insiste positivamente sull’identità dell’impresa, le sue possibilità di crescita, la sua forza sul mercato

Perché entrare a far parte di Museimpresa?

Per rafforzare il nostro lavoro di ricerca, di documentazione, di valorizzazione degli asset aziendali, e il rapporto con il territorio e le istituzioni, guardando soprattutto alle nuove generazioni. La Lombardia ha già varato una legge regionale per promuovere e sostenere i musei d’impresa. L’Art bonus verrà esteso anche a musei e archivi storici. La storia materiale e imprenditoriale italiana potrà avere nuovo spazio e offrire nuove possibilità allo sviluppo economico e sociale.