Quale impresa

IA. Tra innovazione e responsabilità.

L’ultima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, riporta al centro del dibattito il rapporto tra uomo, tecnologia e intelligenza artificiale, richiamando la necessità di governare l’innovazione senza perdere di vista la centralità della persona. Ne abbiamo parlato con il professor Paolo Cellini, esperto di economia digitale, per riflettere sulle trasformazioni che l’AI sta già producendo nel lavoro, nelle imprese e nella società.

L’enciclica affronta l’intelligenza artificiale come una delle grandi sfide del nostro tempo. Perché questo tema è così centrale nel dibattito economico e sociale?

Perché siamo di fronte a un’accelerazione senza precedenti. In appena tre anni abbiamo assistito a progressi tecnologici che non avevamo mai visto prima. Se Internet ha impiegato circa trent’anni per diffondersi e trasformare la società, l’intelligenza artificiale sta producendo un impatto enorme nel giro di pochissimo tempo. È quindi comprensibile che il Papa intervenga. La questione non è soltanto tecnologica, ma anche antropologica: quando scopriamo che esistono macchine capaci di replicare, e in alcuni casi superare, attività che ritenevamo esclusivamente umane, inevitabilmente ci interroghiamo sull’unicità dell’essere umano, sul valore del lavoro e sul ruolo della persona.

L’intelligenza artificiale rappresenta una tecnologia destinata, in molti ambiti, a superare le capacità umane nell’elaborazione delle informazioni e nell’esecuzione di numerose attività. È proprio questa rapidità del cambiamento a rendere il dibattito così attuale.

Questa accelerazione sta trasformando soltanto le competenze o sta cambiando più profondamente il concetto stesso di lavoro?

Fare previsioni oggi è estremamente difficile, perché non sappiamo se questa velocità di sviluppo continuerà oppure rallenterà. Quello che possiamo dire con certezza è che quanto è già accaduto avrà un impatto significativo sul lavoro.

L’intelligenza artificiale sta già modificando il modo in cui affrontiamo molte attività. Oggi possiamo porre domande molto complesse su temi legali, fiscali, finanziari o di mercato e ottenere in pochi secondi un livello di preparazione che prima era accessibile solo rivolgendosi a uno specialista. Non significa avere certezze assolute, ma partire da una base di conoscenza molto più ampia.

Siamo passati da un modello in cui cercavamo informazioni sul web a uno in cui chiediamo direttamente delle risposte. Questa delega cognitiva è molto più profonda rispetto a quella introdotta dai motori di ricerca e cambierà molti lavori, soprattutto quelli legati all’analisi, alla produzione di contenuti e all’elaborazione delle informazioni.

Se il lavoro sta cambiando così rapidamente, è inevitabile che cambi anche il modo di formare le persone. L’enciclica richiama la responsabilità educativa, ma anche il tema del discernimento, invitando a non delegare completamente alle macchine le decisioni umane. Da dove bisogna partire?

È una domanda complessa, perché l’accelerazione tecnologica è stata tale da mettere rapidamente in discussione competenze che fino a poco tempo fa sembravano indispensabili. Allo stesso tempo, però, ne stanno nascendo moltissime altre. Pensiamo a tutti i mestieri legati al digitale che vent’anni fa semplicemente non esistevano.

Per questo motivo credo che la questione centrale non sia tanto individuare oggi quali saranno le competenze definitive del futuro, quanto come ridisegnare la formazione e l’apprendimento.

C’è però un dato evidente, nella mia esperienza: gli studenti che utilizzano questi strumenti in modo intelligente stanno imparando più velocemente. Riescono ad accedere alle informazioni, sintetizzarle, approfondirle e costruire percorsi di apprendimento molto più rapidi rispetto al passato.

Allo stesso tempo, non credo vi sia il rischio di delegare completamente alle macchine le decisioni umane. Non immagino un imprenditore che affidi completamente all’intelligenza artificiale decisioni come assumere una persona, licenziarla o scegliere dove investire.

L’AI può diventare uno straordinario strumento di analisi e di supporto alle decisioni, ma la responsabilità finale rimane necessariamente dell’essere umano.

Nel dibattito pubblico prevalgono spesso letture molto pessimistiche sull’intelligenza artificiale. Condivide queste preoccupazioni?

Credo sia importante mantenere equilibrio. Non dico che andrà necessariamente tutto bene, ma penso sia utile guardare anche a ciò che è già successo con altre grandi rivoluzioni tecnologiche. Oggi più di due miliardi di persone utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale attraverso lo smartphone. Non vedo, almeno per il momento, scenari apocalittici.

Ogni innovazione comporta rischi e benefici. È stato così con Internet ed è così anche oggi.

Guardando al nostro sistema produttivo, composto prevalentemente da piccole e medie imprese, quali opportunità vede nell’adozione di queste tecnologie?

Su questo sono piuttosto ottimista. Credo che l’adozione dell’intelligenza artificiale seguirà un percorso molto simile a quello già visto con il web e con gli smartphone. Prima saranno le persone a utilizzarla nella vita quotidiana, poi le aziende inizieranno a integrarla in modo più strutturato.

È molto probabile che anche gli imprenditori italiani li stiano già sperimentando a livello personale, imparando progressivamente a comprenderne i benefici. Non credo che assisteremo nell’immediato a grandi investimenti strutturali nelle imprese. Più probabilmente vedremo una diffusione graduale, che partirà dall’esperienza individuale per arrivare, nel tempo, ai processi organizzativi.

Quindi saranno soprattutto le persone ad accompagnare l’ingresso dell’intelligenza artificiale nelle aziende?

Assolutamente sì. Stiamo assistendo a un fenomeno molto simile a quello che abbiamo già visto con Internet e con gli smartphone. All’epoca si parlava di Bring Your Own Device: erano i lavoratori a portare spontaneamente i propri smartphone in azienda.

Oggi possiamo parlare di Bring Your Own AI. Sono le persone che acquistano un abbonamento, sperimentano questi strumenti nella propria attività quotidiana e contribuiscono gradualmente a diffondere una nuova cultura dell’innovazione all’interno delle organizzazioni.

Dietro questa rivoluzione c’è però anche un tema di concentrazione del potere tecnologico. Chi sviluppa queste tecnologie ha un enorme potere. Esiste un problema di oligopolio?

Non c’è alcun dubbio. Lo sviluppo dei modelli di frontiera è concentrato nelle mani di pochissimi soggetti. La barriera d’ingresso è enorme, perché richiede investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari.

È evidente che soltanto pochissime organizzazioni nel mondo possano sostenere costi di questo livello. Di conseguenza assistiamo a una concentrazione del potere tecnologico senza precedenti.

Quali conseguenze può avere questa concentrazione sulla competitività delle imprese europee?

L’Europa oggi è in una posizione di svantaggio. Se non accadrà qualcosa di significativo, le imprese europee rischiano di essere soprattutto utilizzatrici di tecnologie sviluppate altrove, esattamente come oggi utilizziamo Google o Facebook.

Naturalmente nessuno può dire con certezza come evolverà questo scenario, perché la velocità del cambiamento rende qualsiasi previsione estremamente incerta.

Anche la regolamentazione sembra faticare a stare al passo con un’evoluzione così rapida.

È inevitabile. Come si può regolamentare una tecnologia che cambia praticamente ogni mese? Le norme funzionano meglio quando devono disciplinare fenomeni relativamente stabili. Qui, invece, siamo di fronte a un’evoluzione continua.

Per questo motivo il legislatore farà inevitabilmente fatica a tenere il passo con un’innovazione che procede a una velocità senza precedenti.

Qual è, in conclusione, il messaggio che si sente di rivolgere agli imprenditori, soprattutto ai più giovani?

Il consiglio è molto semplice: usate questi strumenti e imparate a utilizzarli. Non serve cercare di prevedere con precisione dove arriverà l’intelligenza artificiale. È molto più utile sperimentarla ogni giorno. Come tutte le tecnologie, richiede pratica. Nessuno diventa esperto immediatamente: bisogna allenarsi, provarla, capire cosa funziona e cosa no.

Non bisogna affrontare questa trasformazione con paura o con atteggiamenti catastrofici. La paura non aiuta a comprendere il cambiamento.