Quale impresa

Giornalismo, giovani e futuro: la visione europea di Chiara Piotto

In un’epoca in cui la verità sembra sfuggire tra le maglie di algoritmi e fake news, il giornalismo non è solo un mestiere, ma un impegno necessario.

È in questo scenario che, sul palco di Voci – l’edizione 2025 del Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria a Borgo Egnazia – incontriamo Chiara Piotto, giornalista classe 1993, oggi inviata e corrispondente per Sky TG24, dopo esperienze in HuffPost e Rai. Con uno sguardo europeo e una formazione solida, Chiara è
una voce lucida e appassionata di un presente complesso.
In questo dialogo al femminile, ci confrontiamo sul senso profondo del fare informazione oggi, tra tecnologia, sfide culturali e responsabilità generazionali. Un confronto che non è solo professionale, ma profondamente umano.

Tutti parlano, pochi informano davvero. Partiamo da qui: cosa significa per te fare giornalismo oggi, in un’epoca dominata dai social media, spesso teatro di disinformazione e fake news?

Abbiamo visto solo la punta dell’iceberg, perché se pensi all’intelligenza artificiale, a come ormai riesce già a riprodurre con grandissima efficacia anche i video, sarà sempre più complicato. E forse è proprio un’epoca d’oro per i giornalisti. Proprio per questa ragione dovremmo formarci ed essere un passo avanti alla tecnologia, per quanto possibile, per cercare di dare un indirizzo. Altrimenti il nostro ruolo viene meno.

È un punto chiave. Dobbiamo allenare il pensiero critico e stare al passo con il cambiamento tecnologico, anche per comprendere meglio le differenze culturali e i contesti che ci circondano. Tu che viaggi molto e vivi l’Europa da vicino: c’è un’esperienza in particolare che ti ha segnata, sia come giornalista che come donna?

Ci sono due progetti. Uno è la corrispondenza da Parigi: vivere tre anni in un Paese come la Francia — con cui abbiamo una relazione di amore e odio — tocca tantissimi fronti, politico, economico, sociale, culturale. È stata una palestra incredibile.
Il secondo è stato durante il Covid: ero stata mandata come inviata in diversi Paesi europei per raccontare come ciascuno stesse vivendo il lockdown. In quell’occasione mi sono resa conto, sul campo e in solitaria — perché non potevi lavorare neanche con i cameraman — di quanto Paesi che consideriamo “vicini” abbiano in realtà una mentalità molto diversa. Come la Svizzera, dove per esempio l’obbligo vaccinale non è mai stato introdotto, perché per come sono fatti loro, l’obbligo non può arrivare dall’alto. Sono estremamente anarchici, per quanto siano molto rispettosi delle regole. È una cosa che magari non ti aspetti se non ci vai.

Certe cose si capiscono solo standoci dentro. C’è stato un momento in cui, proprio vivendo un’esperienza, hai pensato: “È per questo che faccio questo lavoro”?

Ogni volta che partecipo a un evento in cui incontro le nuove generazioni, ragazzi e ragazze che vogliono fare questo mestiere, e mi vengono a parlare dicendomi che gli ho dato una motivazione per provarci, o mi chiedono consigli, si confrontano, mi seguono: quello è sempre un momento forte. Non per una questione di orgoglio.
Quando ho deciso di diventare giornalista, incontrai colleghi più anziani che mi dissero di rinunciare, perché è un mondo faticosissimo e in crisi. Ecco, io non voglio mandare quel messaggio. Non voglio essere negativa come altri lo sono stati con me.

Ti è mai capitato di dover alzare i toni – metaforicamente o letteralmente – per far valere la tua voce? Essere una giovane donna ti ha reso questo percorso più difficile?

Per me non è mai stato un ostacolo essere donna. Ho trovato più ostacoli nell’essere giovane, e questo penso sia un tema che voi conoscete bene: il nostro mondo, aziendale o pubblico, è molto orientato verso le generazioni precedenti alla nostra.
Ho iniziato molto presto, ho avuto responsabilità presto, e talvolta ho sentito la frustrazione di essere sottovalutata o non ascoltata. C’è sempre quella “mano sulla spalla”, che non è il “ti insegno, ti guido”, che per carità è sacrosanto, ma quel “tu non puoi sapere come funziona perché sei troppo giovane”. E talvolta suona proprio come una mancanza di rispetto.

Guardando alle nuove generazioni, cosa pensi? Ti sembrano più disilluse o più consapevoli rispetto a quelle precedenti, nel loro approccio alla vita, al lavoro, all’imprenditoria e al giornalismo?

Consapevoli e disillusi. Penso che ci sia tantissima indifferenza, purtroppo, rispetto a una società che ha tantissimi problemi. Problemi che, dal mio punto di vista, sono irrisolvibili in maniera collettiva, e che molti giovani della Generazione Z o dei Millennial trovano impossibile affrontare in modo incisivo.
Tanti decidono di andarsene perché sono sfiduciati. Alle nuove generazioni manca una voce, manca la capacità di essere ascoltati. Demograficamente siamo sbilanciati: in politica, in azienda. E chi resta, si sente spesso trattato come un ragazzino, anche a 35 anni.
La nostra generazione dovrebbe farsi un esame di coscienza, cercare di essere più incisiva nel proprio spazio individuale e portare questa consapevolezza anche alle generazioni precedenti.

In un’epoca in cui la tecnologia corre più veloce delle relazioni e la disinformazione indebolisce la fiducia, le nuove generazioni spesso si sentono invisibili e non ascoltate. Secondo te, il giornalismo dovrebbe fare di più per dare voce a questo disagio?

Per il bene del Paese, non soltanto per la nostra generazione è fondamentale incentivare, attraverso articoli, inchieste, dati puntuali, il cambiamento generazionale è essenziale.
Il nostro Paese si sta svuotando: c’è una denatalità crescente, una fuga dei cervelli costante. E tutto questo resta spesso un trafiletto in fondo ai giornali.
Capisco che ci siano criticità internazionali, ma quella a cui stiamo assistendo è un’emergenza vera e propria, e dovrebbe essere raccontata come tale.
Se vogliamo cambiare davvero le cose, non è troppo tardi. Ma se continuiamo così, non cambieremo nulla.

La voce di Chiara è quella che non si arrende, che non si lamenta e non si accontenta. Che, nonostante le crisi, le etichette e la sfiducia, continua a cercare senso, impatto, verità. Lo fa senza clamore, ma con costanza. È la voce di chi sceglie di esserci, di mettersi in gioco, di lasciare un segno — dentro e fuori le imprese. Una voce che si intreccia alle tante emerse a Voci, il luogo in cui questa generazione prova davvero a farsi sentire.