Quale impresa

ESG: oltre la moda, verso un’identità autentica

Negli ultimi anni, l’acronimo Esg – Environmental, social e governance – è diventato sinonimo di modernità, di attenzione all’ambiente e alla responsabilità sociale. Spesso evocato nei bilanci aziendali, nei convegni e nei pitch verso investitori e stakeholder, l’Esg si è imposto come metrica del valore futuro dell’impresa. Eppure, proprio mentre sembrava aver raggiunto l’apice della sua centralità, cominciano a emergere segnali evidenti di saturazione, quando non di rigetto. Si parla ormai apertamente di “bolla Esg”, con toni che oscillano tra la preoccupazione e il sollievo. Perché questa inversione di tendenza?

 

In parte, perché l’Esg è stato trattato più come una moda che come un reale strumento di trasformazione. La corsa al reporting, all’etichetta verde, alla dichiarazione d’intenti ha preso il sopravvento sull’impegno sostanziale. Rendicontare è diventato più importante del fare. E così, mentre si moltiplicavano gli score Esg, pochi si interrogavano sull’impatto reale delle azioni intraprese. Alcuni casi emblematici hanno sollevato dubbi sull’efficacia di questi parametri: aziende altamente inquinanti o produttrici di beni notoriamente dannosi per la salute pubblica si sono viste premiate nei ranking Esg per il semplice fatto di utilizzare energie rinnovabili o di avere consigli di amministrazione bilanciati sotto il profilo di genere. Ma una strategia di sostenibilità non si costruisce con qualche pannello solare e una policy sulla diversità: richiede coerenza, visione e trasformazione.

La bolla ESG si è gonfiata su questa ambiguità. Ha prosperato finché i mercati finanziari hanno continuato a premiare le imprese che sapevano “parlare la lingua” della sostenibilità, più che quelle che la praticavano. Ma il contesto è cambiato. Da un lato, la progressiva formalizzazione normativa a livello europeo – con la Csrd, la Tassonomia Ue, il regolamento Sfdr – ha imposto criteri più rigorosi e misurabili. Dall’altro, il raffreddamento dell’interesse speculativo attorno agli investimenti green, unito a una crescente attenzione mediatica alle contraddizioni del greenwashing, ha fatto emergere il re nudo. In molti iniziano a chiedersi se l’Esg, così come è stato interpretato finora, abbia davvero migliorato l’impatto ambientale e sociale delle imprese. O se, piuttosto, abbia alimentato un gigantesco esercizio di pubbliche relazioni e conformità formale.

Eppure, proprio lo scoppio della bolla può rappresentare una svolta positiva. Perché costringe le aziende a prendere una posizione: o si cambia davvero, oppure si smette di fingere. L’epoca delle mezze misure sta finendo. Chi continuerà a trattare l’Esg come un adempimento burocratico, senza una visione di lungo termine, rischia di perdere credibilità presso investitori, clienti e talenti. Ma chi saprà fare di questa fase di transizione un’opportunità per ridefinire la propria identità aziendale, potrà uscirne più forte.

Qui sta il punto centrale: l’Esg non può essere una sovrastruttura. Deve diventare parte integrante dell’identità dell’impresa. Non si tratta di “fare sostenibilità”, ma di “essere sostenibili”. Questo significa rivedere i modelli di business, ripensare le filiere, innovare i prodotti e i servizi in chiave di impatto positivo. Ma anche, e soprattutto, integrare la sostenibilità nei processi decisionali, nella cultura aziendale, nella governance. Un’impresa sostenibile non è quella che si limita a rendicontare le emissioni, ma quella che decide di investire in un nuovo modello produttivo, anche a costo di rivedere i propri margini nel breve periodo.

È in questa direzione che bisogna muoversi, misurando non tanto le emissioni e le quote rosa, ma il grado di integrazione dei fattori ESG nei meccanismi decisionali aziendali. Si tratta di adottare un vero e proprio barometro dell’identità sostenibile di un’impresa. Lo confermano anche le più recenti classifiche e indagini: le aziende che dimostrano coerenza tra ciò che dichiarano e ciò che fanno, sono quelle che meglio resistono alle crisi sistemiche, attirano più investimenti e consolidano la fiducia degli stakeholder.

Non è più sufficiente mostrare dati e percentuali: occorre raccontare una visione credibile, che metta al centro l’impatto, la responsabilità, la capacità di trasformare il proprio business model in una direzione rigenerativa. Questo richiede leadership, coraggio e competenze nuove. Non è un processo immediato, ma è l’unico percorso che può assicurare la resilienza e la competitività delle imprese nel medio-lungo periodo.

Per i giovani imprenditori, tutto questo rappresenta una sfida e insieme un’opportunità. Chi sta costruendo oggi la propria impresa può farlo con una consapevolezza diversa, evitando gli errori di chi ha utilizzato l’Esg come etichetta vuota. Può scegliere di incorporare sin da subito la sostenibilità nei processi aziendali, nella scelta dei partner, nei criteri di misurazione del valore. Ma per farlo servono strumenti, formazione e un ecosistema capace di premiare l’impegno autentico.

Se l’Esg vuole davvero sopravvivere alla sua stessa moda, deve evolvere. Deve diventare un linguaggio comune, condiviso, non imposto. Deve servire a orientare le decisioni, non a giustificarle. Deve smettere di essere un fine e tornare a essere un mezzo: il mezzo attraverso cui le imprese contribuiscono a costruire un futuro più equo, più inclusivo, più sostenibile. Non è un compito facile, ma è forse l’unico che valga la pena perseguire.