Quale impresa

Energia per crescere insieme

Emanuela Trentin, amministratrice delegata di Veolia Italia, racconta come innovazione, sostenibilità e capitale umano possano guidare la transizione energetica del Paese.

Con Emanuela Trentin abbiamo parlato di innovazione e transizione energetica, di cambiamento, di capitale umano e di un modo diverso di guidare le persone e l’impresa. Dalla nostra conversazione è emersa la figura di una manager che incarna un modello di leadership capace di ispirare tutti, non solo le donne. Una leadership fondata su competenza, visione, equilibrio e sensibilità, che si auspica possa trovare spazio non soltanto nelle grandi multinazionali, ma anche nelle piccole e medie imprese del nostro Paese.

 

D: Veolia è un grande gruppo industriale operante a livello internazionale. In che modo la vostra esperienza contribuisce all’innovazione nel settore energetico in Italia? E come riuscite a coltivare questa innovazione anche attraverso la collaborazione con Pmi e startup?

R: Facciamo parte di un grande gruppo multinazionale che si occupa di sostenibilità a 360 gradi – acqua, rifiuti ed energia – e in Italia operiamo principalmente nel settore energetico. Pur avendo una dimensione globale, con una presenza in 58 Paesi, la nostra forza risiede nell’approccio locale: in Italia abbiamo una sede centrale a Milano, oltre 150 sedi operative e una presenza capillare su tutto il territorio nazionale.

Questo è un elemento fondamentale anche per l’innovazione, che non nasce solo nei centri di ricerca o nei dipartimenti R&D, ma spesso nasce dal quotidiano, dalle piccole realtà e dalle persone che lavorano sul campo. Collaboriamo con le Università, come quella di Parma, dove abbiamo anche un Ppp (partenariato pubblico/privato) e dove è nato un algoritmo di intelligenza artificiale oggi usato per ottimizzare la gestione energetica dei nostri contratti, ma anche con le Pmi e le startup.

Lavoriamo, inoltre, con incubatori e acceleratori di startup come Corporate Hangar e con diverse realtà nate da giovani che provengono dal nostro stesso mondo tecnico. Il nostro ruolo è mettere a disposizione di queste realtà la competenza e la solidità industriale necessarie per trasformare un’idea in una soluzione concreta, capace di stare sul mercato.

L’innovazione non è un esercizio teorico ma una necessità. La crisi energetica ha dimostrato quanto sia essenziale continuare a migliorare, sperimentare e adattarsi in un mondo che cambia a una velocità straordinaria.

D: La Presidente Anghileri, nel nostro ultimo convegno di Capri, ha ricordato che “l’energia è la madre di tutte le catene del valore”. In un contesto in cui il costo dell’energia incide direttamente sulla competitività industriale, qual è il ruolo che aziende come Veolia devono giocare per garantire al Paese sicurezza e stabilità energetica?

R: Il nostro mestiere è ridurre i consumi e migliorare l’efficienza. Lavoriamo in primis per abbattere il fabbisogno energetico dei nostri clienti infatti non potendo intervenire direttamente sul prezzo dell’energia, iniziamo agendo sulla quantità. Questo ha un impatto diretto sia sui costi sia sulla sicurezza energetica: meno si consuma, più si è autonomi.

Inoltre, non ci limitiamo all’efficientamento degli impianti ma combiniamo diverse fonti energetiche, integrando al gas – dove presente – soluzioni come il fotovoltaico, la geotermia. Nessuna di queste tecnologie da sola copre il fabbisogno al 100%, ma il mix energetico crea resilienza e flessibilità. È questa la ricetta per affrontare un futuro incerto e turbolento.

D: Le ESCo (Energy Service Cmpany), come Veolia in Italia, sono spesso citate come protagoniste della transizione energetica. Quali condizioni servono, secondo lei, perché questo modello possa esprimere tutto il suo potenziale nel nostro Paese e diventare un volano di crescita anche per le Pmi?

R: Negli ultimi anni ho visto crescere l’attenzione verso le ESCo, realtà che fino a poco tempo fa erano conosciute quasi esclusivamente dagli addetti ai lavori. Oggi se ne riconosce sempre di più il ruolo strategico all’interno del sistema energetico.

Ciò che ancora manca, però, è una certificazione formale che garantisca competenze e solidità. In passato alcuni operatori hanno promesso risultati non sempre realizzabili, generando diffidenza nel mercato. Credo che un riconoscimento ufficiale, una sorta di albo o accreditamento, aiuterebbe a valorizzare le aziende serie e a rafforzare la credibilità complessiva del settore.

D: Dopo anni di incentivi e politiche europee, resta aperta una domanda centrale: è davvero possibile conciliare produttività e sostenibilità? Come riuscite a bilanciare questi due obiettivi che spesso sembrano in contrasto?

R: Oggi la contrapposizione tra produttività e sostenibilità è molto meno netta di un tempo. La crisi energetica ha dimostrato che l’efficienza e le fonti rinnovabili non sono solo scelte ambientali, ma anche economiche. Ridurre la dipendenza da un solo vettore energetico – come il gas – è una necessità strategica, non solo ecologica. Gli incentivi sono efficaci quando temporanei ma sufficientemente prolungati da permettere al mercato di raggiungere la maturità: è indispensabile costruire una visione strategica di lungo periodo. Il fotovoltaico rappresenta un esempio virtuoso, oggi economicamente sostenibile in modo autonomo. Il biometano costituisce una risorsa particolarmente strategica per l’Italia: sostenibile dal punto di vista ambientale, valorizza la filiera agricola nazionale e utilizza infrastrutture già esistenti. Trovandosi però in una fase iniziale di sviluppo, è fondamentale garantirgli continuità di supporto e una chiara prospettiva di lungo termine.

D: Da osservatrice privilegiata del sistema energetico, che ritmo vede oggi nel nostro Paese nella sfida della transizione e della sicurezza energetica?

R: L’energia, in questi anni, ha rimesso in moto il Paese. Le crisi creano urgenza, e l’urgenza spinge ad agire. È stata proprio la crisi energetica a generare quella “fretta buona” che può farci accelerare.

D: L’Europa è spesso definita “prima solo per le regole” quando si parla di innovazione. Come può il settore energetico contribuire a far sì che il nostro continente torni a essere anche primo per risultati, capacità industriale e leadership tecnologica?

R: Credo che le competenze ci siano, sia in Italia sia in Europa. Abbiamo eccellenze su tutte le principali tecnologie, dalle più tradizionali alle più innovative, dove lavorano insieme ricercatori e aziende di diversi Paesi.

Il settore energetico può e deve essere uno stimolo per unire l’Europa, per costruire una visione comune e presentarsi come un interlocutore forte anche verso i grandi produttori globali. L’Italia ha un ruolo strategico, per posizione geografica e per competenze consolidate, ad esempio nel settore del gas. Ogni Paese può contribuire con i propri punti di forza a creare un mix più equilibrato e competitivo.

D: Quanto è importante, in un settore come quello energetico, investire non solo in tecnologia ma anche in capitale umano, valorizzando la diversità e l’inclusione come leve di crescita?

R: È fondamentale. Stiamo vivendo una crisi demografica e non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno. In particolare, è un peccato che ancora oggi troppe donne non entrino nel mondo del lavoro o non scelgano percorsi di studio tecnico-scientifici – e non solo questi – perché rappresentano una risorsa straordinaria.

Quando parlo di diversità, penso anche al mix generazionale: avere in azienda giovani neolaureati, giovani professionisti e persone con maggiore esperienza crea una ricchezza enorme, anche se a volte è complesso far dialogare linguaggi e mentalità diverse. Si parla spesso di policy, procedure e organizzazione — io stessa provengo da quel mondo — ma ritengo che oggi la vera priorità per un’azienda sia definire con chiarezza la propria visione e i propri obiettivi, dal vertice fino a ogni livello dell’organizzazione.

Non si tratta solo di fissare traguardi, perché il mondo cambia troppo in fretta: serve un orientamento strategico chiaro. Quando la direzione è definita, nasce una convergenza naturale. La vera sfida manageriale consiste nel creare coesione, nel mettere insieme e far lavorare insieme le persone. Insieme è, per me, una parola chiave.

D: Qual è, secondo lei, il ruolo delle associazioni e rappresentanze di categoria e quanto è importante il networking tra imprese, associazioni e istituzioni per costruire un ecosistema di crescita?

R: Le associazioni sono fondamentali. Da soli, oggi, non si va lontano. Offrono rappresentanza, ma soprattutto occasioni di confronto e di crescita reciproca, perché consentono di condividere esperienze, individuare obiettivi comuni e rafforzare la voce del sistema produttivo. Le istituzioni sono sempre più aperte all’ascolto, ma proprio per questo è importante che le associazioni sappiano fare sintesi e portare avanti posizioni chiare e condivise. Solo una rappresentanza unitaria permette di incidere davvero sulle scelte e di contribuire in modo efficace alla crescita del Paese.

D: Donna, ingegnere con esperienza in alcune delle più grandi società italiane e internazionali, oggi a capo di un’azienda leader nella trasformazione energetica. Cosa si sente di suggerire ai giovani — e in particolare ai giovani imprenditori — nell’approccio alle professioni di domani? E come riesce, nel suo percorso, a coniugare vita professionale e personale in un ruolo così impegnativo?

R: Il primo consiglio è mantenere viva la curiosità. È la spinta che porta a innovare, a mettersi in gioco e a sperimentare strumenti nuovi come l’intelligenza artificiale che offrono un potenziale enorme anche per la crescita del business. Il secondo è imparare a delegare e a confrontarsi. Molti imprenditori italiani riescono a far crescere le proprie aziende fino a una certa soglia, ma poi faticano a fare il salto perché non riescono a fidarsi o a strutturarsi. Occorre riconoscere che non si può essere i migliori in tutto. Per quanto riguarda l’equilibrio tra vita privata e professionale, appartengo a una generazione cresciuta con l’idea del sacrificio come valore assoluto. Con il tempo ho capito che, pur restando importante, non serve spingersi sempre oltre misura. Si riesce a dare molto di più al lavoro quando si riesce ad avere un equilibrio

Capisco i giovani che oggi danno grande importanza a questo tema, perché hanno ragione: per lavorare bene bisogna anche stare bene. Avere tempo per sé, per la propria vita e per ciò che sta fuori dal lavoro non è un lusso, ma una condizione necessaria. L’equilibrio significa proprio questo: non troppo da una parte e non troppo dall’altra.

D: Guardando al suo percorso, quali punti di contatto e quali differenze vede tra una carriera manageriale e una imprenditoriale?

R: Quando la distanza tra manager e imprenditore è troppo ampia, si crea uno squilibrio. Il manager tende per natura a concentrarsi sui numeri, sui risultati di breve periodo, sui bilanci da chiudere trimestre dopo trimestre. L’imprenditore, invece, guarda più lontano, perché il futuro dell’azienda coincide con il proprio. Allo stesso tempo, l’imprenditore deve imparare a essere anche un po’ manager: non può e non deve fare tutto da solo. Deve saper delegare, costruire un’organizzazione solida, valorizzare le competenze altrui e accettare il confronto. C’è poi la questione del rischio che, in entrambi i ruoli, va corso ma in modo calcolato. Questo non significa non rischiare, ma essere consapevoli delle proprie scelte.

D: Un’ultima domanda prima di salutarla: quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani imprenditori che vogliono contribuire, con le loro imprese, alla trasformazione energetica e sostenibile del Paese?

R: La transizione energetica è una sfida collettiva: non è fatta solo dai grandi player, ma da tutta la filiera, dal piccolo fornitore all’installatore, fino a chi sviluppa servizi digitali. Non è sempre vero che “piccolo è bello”, per questo esorto i giovani imprenditori a pensare in grande e a guardare al futuro. Ciò significa dare struttura alle proprie realtà industriali, dotandosi di sistemi, processi e persone in grado di sostenerne la crescita nel tempo.