Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si annunciano come le più combattute della storia. La rocambolesca entrata in gioco della Vicepresidente Kamala Harris, che ha preso in corsa il posto di un Joe Biden sempre più fragile, ha rivitalizzato la campagna dei Democratici e cambiato la dinamica elettorale.
La rinuncia del Presidente, precipitosa, ha tolto agli strateghi Repubblicani il loro principale argomento di campagna, la senilità di Biden, che ora inizia a tornare indietro come un boomerang, con gli episodi di incoerenza e di confusione che caratterizzano le ultime uscite di Trump.
Se la dinamica è cambiata, il risultato dell’elezione rimane incertissimo. Come molti sanno, infatti, il sistema elettorale statunitense è basato su di un collegio elettorale formato da grandi elettori, eletti dai 50 stati su base locale e con sistema maggioritario secco. Con un voto in più, un candidato prende tutti gli elettori dello stato in questione. Questo comporta che avere la maggioranza dei suffragi non è sufficiente ad avere la maggioranza del collegio elettorale; è successo più volte, ad esempio con la contestata elezione di Bush contro Gore nel 2000, e più recentemente a Hilary Clinton contro Donald Trump nel 2016, che i candidati democrati- ci avessero la maggioranza del voto popolare ma fossero in minoranza nel collegio elettorale.
Da qualche settimana Harris ha un vantaggio significativo (2-3 punti, facendo la media dei vari sondaggi) nelle intenzioni di voto a livello nazionale, ma i due candidati rimangono in parità nel computo dei voti elettorali. Questo porta alla seconda conseguenza di rilievo, vale a dire che l’esito dell’elezione si giocherà in un pugno di battleground States, dove qualche migliaio di voti può far pendere la bilancia in favore di uno dei due candidati e decidere chi sarà presidente. In particolare, dopo la crisi del 2008, uno degli stati cruciali è diventato la Pennsylvania, stato operaio dell’Est degli Stati Uniti colpito duramente prima dalla crisi e poi dalle delocalizzazioni e dalla deindustrializzazione (non a caso, tra gli stati in bilico ci sono anche il Michigan e il Wisconsin, due stati della cosiddetta “Rust Belt”). Tutti gli osservatori concordano sul fatto che chi il 5 novembre vincerà, per un pugno di voti, la Pennsylvania (oggi i sondaggi danno un pareggio 50-50) è praticamente certo di diventare presidente.
Diventa allora interessante, per non farsi distrarre dal folklore del circo elettorale americano, cercare di capire quali sono i temi che agitano l’elettorato e ne orientano il voto. Le inchieste d’opinione su questo sono abbastanza chiare: l’opinione pubblica in generale, in questa fase, è preoccupata soprattutto dall’inflazione e dall’erosione del potere d’acquisto, per la quale biasima le politiche espansioniste del presidente Biden; è interessante a questo proposito vedere come la percezione (e l’abile comunicazione politica dei repubblicani) sia divaricata dalla realtà: i dati mostrano in primo luogo che l’inflazione è ormai sotto controllo; poi, che non è solo un fenomeno americano (e quindi non può essere addossata all’amministrazione); infine, ancora più interessante, che rispetto ai paesi europei, negli Stati Uniti i Salari sono riusciti a tenere il passo dell’inflazione e il potere d’acquisto si è ridotto di pochissimo. Insomma, al primo posto tra le preoccupazioni degli americani c’è un tema sul quale il loro paese se la cava piuttosto bene.
Poi vengono temi del lavoro (ancora una volta, una percezione che si discosta dai dati per cui, nonostante qualche segnale negativo nelle scorse settimane, il tasso di disoccupazione rimane ai minimi storici), della concorrenza delle importazioni in provenienza in particolare dalla Cina, l’immigrazione (il che spiega il tragicomico siparietto sui cani dell’Ohio mangiati dagli immigrati haitiani); insomma temi simili a quelli che agitano anche le società europee e che spiegano la forza in molti paesi di partiti anti- sistema o comunque populisti. Ed è su questi temi, particolarmente importanti negli stati industriali dove si deciderà l’elezione, che i due candidati si scontrano in modo feroce, cercando di spostare il voto delle classi medie.
Al momento in cui scriviamo, le proposte specifiche mancano per entrambi i candidati, anche se entrambe le campagne hanno delineato a grandi linee le strategie per sostenere reddito e potere d’acquisto dei lavoratori. Iniziamo con la Vicepresidente, candidata “nuova”, che per molti americani rimane un oggetto misterioso. Harris si trova nella posizione difficile di dover allo stesso tempo essere parte dell’amministrazione uscente e candidata di rottura, avendo impostato la propria campagna come un argine rispetto al ritorno al passato rappresentato da Trump. Harris ha deciso di sfruttare elettoralmente il “declinismo” su cui ha impostato la propria campagna Trump (nello slogan Make America Great Again, l’enfasi è proprio sull’ “Again”), adottando lo slogan di un’”Economia delle opportunità”. Ancora una volta parlando alle classi medie che si sentono impantanate, Harris cerca di far passare il messaggio che una sua presidenza ripristinerebbe il sogno americano e la mobilità sociale. La candidata Democratica afferma che la sua presidenza garantirebbe una sostanziale continuità con politica estera ed economica dell’amministrazione Biden.
Tuttavia, Harris sta già proponendo alcune misure per moderare le sue politiche e distanziarsi dagli aspetti più controversi della “Bidenomics” che, nonostante i suoi successi, come dicevamo prima, non gode dei favori del pubblico americano. In questo difficile esercizio di “rottura nella continuità”, Harris ha in primo luogo presentato un pacchetto in quattro parti mirato a rendere più accessibili alloggi, generi alimentari, crescita dei figli e farmaci. Molte delle proposte si basano su iniziative già annunciate dall’amministrazione uscente, che Harris vuole estendere rendere permanenti: ad esempio il Child Tax Credit, una riduzione fiscale per le famiglie con figli neonati, o ancora i sussidi per consentire alle famiglie più povere di accedere all’assicurazione sanitaria (Obamacare) e gli aiuti per gli acquisti di casa da parte di primo proprietari e misure di controllo degli affitti.
In un secondo pacchetto di annunci, poi, Harris ha promesso di ridurre gli adempimenti amministrativi per le startup, alle quali sarebbero anche accordate deduzioni fiscali per i costi di avviamento, con l’obiettivo di avere 25 milioni di nuove startup entro la fine del suo primo mandato (ben oltre i 19 milioni di Biden, che peraltro già costituiscono un record). Dal lato delle entrate fiscali Harris con- ferma le intenzioni di Biden di chiamare i più ricchi (che negli USA come in molti paesi Europei han- no visto la loro parte della torta aumentare negli ultimi decenni) a contribuire sia agli sforzi per la transizione ecologica che al tentativo di sostenere le classi medie. Harris ha quindi affermato di voler aumentare la tassazione sui capital gains (per i redditi superiori al milione di dollari), anche se in misura molto minore rispetto alle intenzioni di Bi- den (dal 20% al 28% contro il 39% che Biden aveva proposto quando era ancora in campagna). Infine, la vicepresidente ha anche espresso sostegno per la proposta di Biden di una tassa minima sul red- dito per i miliardari, che imporrebbe un’aliquota media minima del 25% sui redditi delle famiglie con un patrimonio netto superiore a 100 milioni di dollari. E, come Biden, quadruplicherebbe la tassa sul riacquisto di azioni, portandola al 4%.
Infine, per combattere l’inflazione, Harris ha anche menzionato (senza entrare nei dettagli) la possibilità di imporre controlli dei prezzi selettivi e temporanei nei settori di beni di prima necessità nei quali siano evidenti comportamenti speculativi. Come era immaginabile, la proposta ha fatto storcere il naso a molti, anche se la ricerca recente ispirata dall’inflazione del 2021-23 ha mostrato che effettivamente in condizioni di stress dei mercati i controlli di prezzo invece di essere distorsivi potrebbero contribuire a ridurre le rendite e ad aumentare l’efficienza globale.
Proprio i piani fiscali di Harris hanno spinto gli strateghi Repubblicani a cercare (senza troppo successo, secondo i sondaggi) di etichettarla come radicale se non addirittura marxista. Non sorprendentemente, infatti, i più benestanti sono quelli che beneficerebbero di più di una vittoria di Trump. Sulle sue ricette, che di fatto ricalcano quanto fatto nel primo mandato, c’è molta meno incertezza. Il tycoon ha promesso l’estensione permanente delle disposizioni del suo Tax Cuts and Jobs Act, che dovrebbe scadere il prossimo anno. Questo, tra le altre cose, manterrebbe l’aliquota fiscale massima per gli individui al 37%, rispetto al 39,6% di prima della sua entrata in vigore. Trump ha anche proposto di ridurre l’aliquota fiscale per le imprese al 15%, rispetto all’attuale 21%, per le aziende che producono a livello nazionale (Harris la porterebbe al 28%), di eliminare le tas- se sulle pensioni; e, seguito in questo da Harris, sulle mance per i lavoratori del settore dei servizi. Riguardo all’inflazione, poi, Trump ha promesso di aumentare l’estrazione di petrolio (nonostante gli USA oggi siano il paese che estrae di più) e ha fatto scalpore con la sua proposta di un aumento generalizzato dei dazi doganali (tra il 10% e il 20% sul- la maggior parte delle importazioni e oltre il 60% sui beni cinesi). Nonostante Trump sostenga con veemenza che questo aiuterebbe le imprese americane e quindi terrebbe bassi i prezzi, la quasi totalità degli economisti ritiene che i dazi sarebbero scaricati sui consumatori e quindi inflazionistici. Sui dazi Harris promette continuità con la politica di Biden di utilizzarli in modo selettivo, ad esempio sulle importazioni di semiconduttori. Anche la promessa di Trump di un giro di vite drastico sull’immigrazione potrebbe avere effetti inflazionistici. L’espulsione di massa dei lavoratori stranieri potrebbe portare a scarsità di manodopera soprattutto in settori come i servizi e le costruzioni, e quindi ad un aumento di salari e prezzi.
Anche se aiutano a comprendere la filosofia che guiderebbe le rispettive amministrazioni, le proposte dei due candidati non sono sufficiente- mente precise da poter servire da base per una previsione sull’impatto economico delle elezioni di novembre. Quello che è sicuro è che entrambi i programmi porterebbero a un significativo aumento del debito pubblico. Quello di Trump in misura maggiore, perché le maggiori spese sarebbero accompagnate da riduzioni delle imposte, ma anche gli aumenti di spesa di Harris sarebbero in larga parte non finanziati. Ciononostante, ne- gli Stati Uniti non si vede l’ossessiva attenzione al debito che pervade il dibattito europeo in questo momento. Sembra chiaro, ad economisti e uomini politici statunitensi, che con tassi di interesse che rimangono bassissimi la priorità, anche per la sostenibilità delle finanze pubbliche, non è quel- la di ridurre il debito ma di rilanciare la crescita. Sarebbe auspicabile che anche le classi dirigenti europee smettessero di concentrarsi sul consolidamento di bilancio come alfa e omega dell’agenda politica dei prossimi anni, e pensassero invece a come trasformare la transizione ecologica in un’opportunità per la crescita; in questo senso, il rapporto Draghi costituisce un salutare sasso nello stagno.
È proprio sulla crescita, ancora una volta con tut- te le cautele del caso, si possono differenziare i programmi dei due candidati alla Casa Bianca. Il 4 settembre scorso Goldman Sachs ha pubblicato un’analisi secondo la quale le politiche di Harris stimoleranno la crescita economica, mentre l’agenda del candidato repubblicano potrebbe farla rallentare. Si tratta di analisi che vanno prese con le molle, che quantificano in modo spesso arbitrario programmi che restano di fatto fumosi. Tuttavia, qualitativamente, sappiamo che politiche protezionistiche e politiche migratorie più severe tendono a far aumentare i prezzi e a deprimere la crescita.
Chiunque vinca le elezioni di novembre, sull’arena internazionale dovremo aspettarci un’America meno impegnata nelle istanze multilaterali e più aggressiva sulle politiche commerciali e in generale nella lotta con la Cina per l’egemonia economica e politica. Tuttavia, sul piano domestico le differenze saranno abbastanza marcate. Lo sforzo di finanziare la decarbonazione dell’economia plausibilmente continuerebbe con Harris, mentre con Trump si tornerebbe allo sfruttamento massiccio dell’energia fossile. Inoltre, se applicate, le politiche proposte da Harris potrebbero se non invertire almeno rallentare la tendenza all’aumento della disuguaglianza; le politiche di Trump, nonostante qualche contentino alle classi medie e alle piccole e medie imprese, con ogni probabilità andranno a beneficio delle grandi corporations e delle classi più agiate.