Quale impresa

Educazione finanziaria, una competenza fondamentale per giovani, imprese e donne

Docente alla Stanford University e direttore della Initiative for Financial Decision Making (Ifdm), la Professoressa Annamaria Lusardi è esperta di educazione finanziaria e autrice del libro “Il sapere che conta” edito da Mondadori, un manuale che con esempi pratici e un linguaggio accessibile spiega il valore di una gestione consapevole delle proprie finanze.

 

D: In Italia l’educazione finanziaria è diventata obbligatoria nelle scuole per preparare i giovani a gestire i soldi, la carriera, la previdenza e, in prospettiva, anche le imprese. Qual è lo stato di conoscenza attuale e i punti di forza di questa novità?

R: Innanzitutto, come tante statistiche hanno messo in evidenza, anche i dati raccolti dal Comitato per l’Educazione Finanziaria, che ho diretto dal 2017 al 2023, mostrano che l’Italia è fanalino di coda per quanto riguarda le conoscenze finanziarie. Si tratta di principi di base che tutti dobbiamo avere, in particolare i giovani, che affrontano un mondo molto diverso rispetto al passato e così come sono stati introdotti i computer, l’informatica e nuove materie, oggi va approfondita la conoscenza finanziaria perché fa parte della nostra vita quotidiana.

Questo lo dice l’OCSE, che dal 2012 ha aggiunto l’educazione finanziaria nel progetto PISA – Programme for International Student Assessment – con l’obiettivo di misurare le conoscenze di base che i giovani devono avere per partecipare alla società.

Per questo motivo l’introduzione dell’educazione finanziaria nella scuola è stata uno dei primi cavalli di battaglia del Comitato: la scuola, infatti, è il luogo in cui si raggiungono non solo i ragazzi, ma anche le loro famiglie. L’obbligatorietà dell’insegnamento rappresenta una novità di grande rilievo e in Italia assume un valore ancora maggiore perché è stata introdotta sin dalle scuole elementari: un’innovazione rispetto ad altri Paesi, dove compare soltanto alle superiori. È un aspetto tutt’altro che secondario, perché le attitudini verso il denaro si formano molto presto.

La materia è stata però collocata all’interno dell’insegnamento di educazione civica e, non essendo un corso autonomo, rischia di non ricevere un’attenzione adeguata. A questo si aggiunge un’altra criticità: la formazione degli insegnanti. Essendo una materia nuova, richiede percorsi di aggiornamento specifici.

Inoltre, la conoscenza finanziaria deve accompagnare le persone lungo tutto il percorso formativo e, a mio avviso, dovrebbe entrare anche all’università: insegniamo corporate finance, la finanza d’impresa, ma serve altrettanto la finanza personale.

D: In che misura le decisioni finanziarie fanno parte della nostra vita quotidiana e cosa l’ha spinta a scrivere il libro “Il sapere che conta”?

R: La finanza entra nelle nostre scelte ogni giorno: dalla pensione alle assicurazioni, dagli investimenti alla gestione del rischio. Anche le decisioni più semplici “compro il pranzo o lo preparo a casa? Prendo l’auto o il bus?” sono, in realtà, decisioni finanziarie. E dobbiamo ricordare che le imprese investono milioni per convincerci a spendere: senza consapevolezza e alcuni principi di base, rischiamo di non fare la scelta migliore per noi.

Dopo aver diretto la stesura del testo PISA per la financial literacy all’OCSE, aver lavorato agli argomenti da introdurre nelle scuole e dopo anni di insegnamento della finanza personale all’università, ho deciso di scrivere questo libro. L’obiettivo è stato tradurre queste esperienze in un linguaggio semplice e accessibile, mantenendo il rigore necessario ma rendendolo comprensibile a tutti.

D: Perché è così difficile definire i propri obiettivi finanziari?

R: Spesso abbiamo una percezione sbagliata della finanza. Eppure, è uno strumento per raggiungere i nostri obiettivi. I bambini, ad esempio, lo capiscono subito: i soldi servono a realizzare i propri sogni. Gli adulti no, perché associano la finanza a qualcosa di negativo.

La prima cosa che chiedo ai miei studenti è: quali sono i vostri obiettivi? È la domanda da cui tutto deve partire. Gli obiettivi possono essere molti: una pensione che garantisca una buona qualità di vita, comprare una casa o un’auto, viaggiare. La finanza serve proprio a questo.

Benjamin Franklin diceva che “l’investimento in educazione paga un alto tasso di interesse”. Non so se sia il più alto, ma sicuramente è molto alto. In altre parole, la formazione è un investimento nel capitale umano, nei talenti, e consente di aprirsi a nuove opportunità professionali.

Molti in Italia pensano ancora che “non valga la pena andare all’università” perché i salari sono bassi. Ma il mondo del lavoro sta cambiando: non ci si può più permettere di rinunciare alla formazione ed è fondamentale evitare di diventare obsoleti, soprattutto con la diffusione dell’IA.

D: Perché per un imprenditore, soprattutto nelle Pmi, è indispensabile avere competenze finanziarie e manageriali di base?

R: Le Pmi italiane spesso non hanno un Cfo, quindi l’imprenditore deve possedere almeno una conoscenza di base per gestire il commercialista o i financial advisors. Non occorre necessariamente essere esperti o avere un Mba: oggi serve saper leggere i dati e pensare in modo strategico. La mancanza di conoscenza fa restare indietro e impedisce alle imprese di crescere. In Italia le imprese restano troppo piccole e, in un mondo globale e geopoliticamente complesso, con rischi macroeconomici, è difficile sopravvivere se si resta piccoli.

D: C’è un tema di genere, secondo lei, quando si parla di finanza? Perché in Italia, anche nelle materie Stem, i numeri non sono soddisfacenti e sembra rimbombare ancora il bias del “non sono portata”.

R: Sì, c’è un gender gap nella conoscenza finanziaria in tutto il mondo, ma in Italia il problema è più grave. L’Italia è uno dei pochi paesi europei in cui il gap di genere emerge già tra i 15enni. Ha radici profonde, culturali e sociali.

Vorrei però sfatare il mito che le donne non siano portate per la finanza. Io sono una donna, italiana, e ho più di quarant’anni: tre caratteristiche che, statisticamente, dovrebbero rendermi “ignorante” di finanza, e invece sono considerata un’esperta.

In Italia sento spesso dire “io non so niente di finanza”, quasi con orgoglio. E questo atteggiamento si vede anche verso i numeri: “non sono una persona da numeri”. Non è vero: tutti usiamo i numeri ogni giorno.

Le donne, tra l’altro, in famiglia gestiscono spesso il budget quotidiano e lo fanno molto bene. Sono più prudenti, più attente agli altri: caratteristiche perfette per la finanza. L’unica barriera è quella che si autoimpongono. Per questo il mio invito è: prendetevi il diritto di essere ricche e di essere felici.

D: Quali delle regole indicate nel suo libro affiderebbe a imprenditrici e imprenditori per orientarsi nel loro futuro finanziario?

R: Direi di prendersi cura delle proprie finanze in modo consapevole. La prima cosa, quindi, è separare le finanze personali da quelle dell’impresa. È il primo errore che molti commettono, soprattutto le donne che hanno un forte senso del sacrificio. Ma questa distinzione è fondamentale.

Un’altra regola importante è capire che ricorrere a un prestito può essere una scelta positiva, se fatto in modo corretto. In Italia non ho mai capito perché non si faccia il mutuo: comprare una casa senza finanziamento significa concentrare troppe risorse in un’unica attività.

Infine, per chi fa impresa: l’imprenditorialità è un’attività ad alto rischio, soprattutto per le realtà più piccole. Diversificare quando possibile e sviluppare la capacità di gestire il rischio è essenziale per costruire un percorso solido nel tempo.