Quale impresa

Educazione finanziaria ed empowerment: intervista ad Azzurra Rinaldi

C’è un filo rosso che lega – o meglio allontana – donne e finanza, dalla scuola fino alla carriera, passando per la famiglia e la maternità. Ne abbiamo parlato con Azzurra Rinaldi, economista, direttrice della School of Gender Economics dell’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, fondatrice di Equonomics, per la formazione e consulenza delle aziende in materia di parità di genere e benessere organizzativo.

D: Professoressa, seguendo un po’ le fasi della vita, dall’infanzia all’età adulta, dai primi momenti di indipendenza economica alla carriera, qual è il rapporto delle donne con il denaro?

R: In Italia ci sono pochi dati e, dal mio punto di vista, anche questo è un dato! Nel nostro Paese c’è scarso interesse per la cosiddetta socializzazione economica e dunque poca cultura a riguardo, in particolare per le donne che sin da piccole vengono allontanate dal denaro.

Alcune ricerche, svolte negli Stati Uniti, evidenziano come i genitori insegnino in maniera diversa il valore dei soldi ai maschi e alle femmine. Ad esempio, negli Usa, i ragazzi ricevono il 50% di paghetta in più rispetto alle bambine.
Oppure nel Regno Unito, a parità di possibilità della famiglia, ai bambini fino agli 11 anni viene dato il 20% in più di paghetta. Superata quell’età, si stima sia il 30% in più la paghetta ricevuta dai ragazzi rispetto alle ragazze.

D: La domanda sorge spontanea, perché questa differenza?

R: La risposta dei genitori è rivelatrice: il ragazzo di 13 anni che esce con gli amici o incontra la ragazza dovrà pur offrire un gelato o qualcosa; pertanto, deve avere in tasca il denaro necessario.
Si tratta già di un indizio importante del rapporto, che viene così plasmato, tra i maschi e il denaro. Ma c’è dell’altro. Ai ragazzi la paghetta viene data con regolarità, a differenza di quanto avviene con le ragazze. Queste ultime, infatti, quando hanno bisogno di soldi, “possono chiedere”, sostengono i genitori. Così oltre ad uno squilibrio di trattamento, si insinua un altro tema, ossia quello della dipendenza economica.

D: Quindi, come scrive anche nel suo ultimo libro, “Le signore non parlano di soldi”?

R: Sì, nella storia tra le donne e il denaro c’è anche un argomento legato ai canoni di adeguatezza. Infatti, le donne che parlano di soldi sono volgari e le questioni finanziarie vengono delegate agli uomini. Tra le tante faccende domestiche o attività di cura che potrebbero essere diversamente distribuite, è proprio la gestione delle finanze che viene affidata all’altra metà della coppia. Battute a parte, però, c’è un dato che ci dice molto del nostro Paese: in Italia, infatti, il 37% delle donne non ha un proprio conto in banca.

D: In che modo questo diventa un indicatore rilevante, parlando di sicurezza?

R: Da recenti dati Istat, il 37% delle donne che hanno fatto accesso ai centri antiviolenza sul territorio nazionale è stato vittima di violenza economica. Molte non chiedono aiuto perché, non essendo economicamente indipendenti, pensano che denunciando i propri mariti o compagni metterebbero a rischio il mantenimento dei figli.

D: Proseguendo, dunque, nella fase adulta di una donna, c’è anche il tema della maternità durante la carriera…

R: Esatto. Anche qui i dati non sono incoraggianti perché, dalle ultime rilevazioni, due donne su cinque lasciano il posto di lavoro dopo esser diventate madri o sono costrette a scegliere un part time. Questo accade perché non ci sono adeguati servizi alle famiglie, molte donne non riescono a gestire casa e lavoro e socialmente la cura dei figli è ancora affidata alla madre, mentre il padre viene sostanzialmente sollevato da questo compito. C’è quindi anche un legame tra la carriera e la gestione del tempo, in quanto alcune posizioni di responsabilità e dirigenziali richiedono molte ore di lavoro che non sono conciliabili con l’accudimento dei figli, in pratica. Secondo i dati dell’Ispettorato del lavoro, nel 2023, il 73% delle dimissioni volontarie sono state firmate proprio da lavoratrici madri.

D: Come si arriva quindi all’ultima fase, quella della maturità e della pensione?

R: Tra part time, dimissioni o periodi di accudimento, le donne in Italia ottengono una pensione che è circa il 36% in meno rispetto a quella degli uomini. Anche a livello europeo il dato non è incoraggiante, infatti, le pensioni più a rischio di povertà sono stabilmente quelle delle donne e la motivazione è legata proprio al carico di cura. Questo, come potete immaginare, ha impatti devastanti sul sistema pensionistico.

D: In questa panoramica generale, dove la famiglia evidentemente gioca un ruolo chiave, la formazione Stem e l’educazione finanziaria, soprattutto per le bambine, potrebbero far la differenza?

R: Sicuramente sì, ma è una sfida complessa. Sin da piccole, infatti, le bambine vengono convinte del fatto di non essere brave con i numeri. C’è una ricerca pluriennale del Department of Education degli Usa che dimostra come già a otto anni si radichi l’idea che i maschi sono più bravi in matematica. L’indagine divide il campione in tre gruppi: bambine, bambini e docenti e pone la stessa domanda a tutti, ossia “chi è più bravo in matematica”?
Le bambine rispondono che sono più bravi i maschi; i bambini sostengono di essere loro i più bravi; i docenti indicano i maschi. Poi vengono osservati i voti e dicono tutt’altro, cioè che ad essere più brave sono proprio le bambine.

In Italia le stesse convinzioni si riflettono poi nella scelta della scuola secondaria e dell’università. Per questo, non appena c’è una prima competenza sui numeri, ossia alle scuole elementari, si può anzi si deve fare educazione finanziaria. Anche perché c’è un elemento non trascurabile, che ci riporta al punto di partenza: tutti i lavori legati ai “numeri” sono quelli più pagati, a
differenza di quelli incentrati sulle “parole”. E così, ancora oggi, infatti, le donne che lavorano nella finanza o rivestono ruoli chiave nella gestione delle aziende sono poche, sia a livello mondiale che in Italia.

D: Quanto costa la disparità di genere, o meglio, perché la gender equality fa bene alle aziende?

R: La parità di genere conviene alle aziende, alle famiglie e al sistema Paese praticamente su tutte le metriche disponibili. Ad esempio, quando aumentano il numero di donne nei board si registra un aumento del 6.5% del valore dell’azienda, ossia
della ricchezza che si produce; migliora il posizionamento sul mercato azionario; aumentano i tassi di attraction e di retention, soprattutto dei talenti più giovani.

Al Paese conviene perché c’è un bacino di Pil, legato al lavoro femminile, che può fare la differenza. In Italia, in mancanza di un mercato del lavoro davvero flessibile in grado di comprendere le competenze acquisite con la cura di figli, le donne reagiscono creando impresa. Tutti i dati di Paesi ricchi, come il nostro, dimostrano che quando il tasso di occupazione femminile è più alto, aumenta anche il tasso di natalità.
Un dato che garantisce più ricchezza alle famiglie e anche la possibilità di un maggiore prelievo fiscale. Avere più soldi nelle casse dello Stato significa avere anche maggiori e migliori servizi.

D: Per una Pmi, però, potrebbe essere complesso garantire diversità e inclusione?

R: Sicuramente le multinazionali hanno dei budget e degli input ben precisi per attività e policy a favore della parità di genere. Per le Pmi può esser un investimento significativo, ma va segnalato che adesso ci sono fondi per la certificazione, ad esempio, e sicuramente un impegno maggiore per sostenere anche le realtà più piccole. In questo senso, fare sistema potrebbe sicuramente essere una strada per un approccio più inclusivo anche in realtà di piccola e media dimensione.

D: Quali sono i temi imprescindibili per il futuro della finanza? Penso alla tecnologia e alla sostenibilità. Ma soprattutto, la finanza del futuro sarà più inclusiva?

R: Qualche timido segnale c’è. Gli Esg, ad esempio, ossia i criteri di selezione degli investimenti verso quelle aziende che dimostrano un impegno maggiore sui temi ambientali, sociali e della governance che comprendono anche la parità di genere. Il sistema, però, si protegge e si autoperpetua, tant’è che già su riviste internazionali e di settore si parla di quanto sia insostenibile il green per le aziende, mettendo in crisi l’efficacia degli Esg e attaccando anche la diversità e inclusione.
Si tratta di un meccanismo quasi automatico quando si introducono delle nuove leve, ma non possiamo aspettare che la parità arrivi da sola, da qualche parte, si deve investire nella formazione ed è fondamentale un senso di responsabilità diffuso.