Quale impresa

Dalla cameretta di Napoli all’IA del futuro. Il talento di Giovanni De Lillo

L’intelligenza artificiale è spesso raccontata attraverso le grandi aziende della Silicon Valley. Eppure, l’innovazione può nascere anche altrove, perfino dalla cameretta di un ragazzo di Napoli.

Giovanni De Lillo, oggi diciassettenne, ha iniziato a programmare e a sviluppare il progetto che sarebbe poi diventato Hypereum quando aveva appena 13 anni. Quella curiosità iniziale si è trasformata in una startup con una visione internazionale e in Hivemind AX, una piattaforma progettata per rendere gli agenti di intelligenza artificiale verificabili, controllabili e conformi nei settori più regolati, come sanità, finanza, pubblica amministrazione e ambito legale.

Negli ultimi anni il suo lavoro ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il sostegno di Emergent Ventures, l’accesso alle infrastrutture HPC di UK Research and Innovation (AIRR), un keynote all’AIRR@CAM User Day dell’Università di Cambridge e, dal prossimo settembre, l’ingresso al corso di Computer Science & Engineering della TU Delft, una delle università europee più prestigiose nel settore. Lo abbiamo intervistato per comprendere meglio il percorso che lo ha portato fin qui, la visione dietro Hypereum e le sfide che attendono il futuro dell’intelligenza artificiale.

Hai iniziato a sviluppare quello che oggi è Hypereum quando avevi 13 anni. Da dove nasce questa passione e qual è stato il momento in cui hai capito che poteva trasformarsi in qualcosa di più grande di un progetto personale?

La passione nasce dal voler capire come funzionano davvero i sistemi: ho iniziato a programmare da autodidatta durante il liceo, e a 14 anni, nell’ottobre 2023, ho cominciato a lavorare su quello che sarebbe diventato Hypereum. All’inizio era curiosità pura, successivamente ho intuito che poteva essere qualcosa di più grande quando mi sono reso conto che il problema su cui stavo lavorando: rendere affidabili e controllabili i sistemi di AI autonomi, non era un esercizio teorico, ma un ostacolo concreto che frena l’adozione dell’AI proprio nei settori dove conta di più. Quando una cosa che costruisci da solo inizia a intercettare un problema reale e irrisolto del settore, smette di essere un progetto personale.

Oggi sei fondatore e CEO di Hypereum a soli 17 anni. Come hai vissuto questo percorso, conciliando scuola, ricerca e sviluppo di una startup?

Con molta disciplina sulle priorità. Non si fa tutto, si sceglie, ogni settimana, la cosa che conta di più e le si dà attenzione piena. Fortunatamente il mio liceo, con il suo metodo molto autonomo, mi ha abituato a studiare e costruire da solo, questo mi ha aiutato a gestire ricerca e sviluppo in parallelo alla scuola. È impegnativo e richiede rinunce, ma quando il problema ti interessa davvero la fatica pesa meno.

Hivemind AX nasce per rendere gli agenti AI affidabili nei settori regolati. Qual è il problema che avete deciso di risolvere e perché rappresenta una sfida così importante?

Il problema è la fiducia. Gli agenti di AI stanno diventando capaci di agire in autonomia, ma in un settore regolato non puoi adottare un sistema che non sei in grado di verificare, tracciare e controllare. Hivemind AX nasce per colmare questo vuoto: rende il comportamento degli agenti verificabile, attribuibile e governato da regole, con una tracciabilità completa di ciò che accade. La sfida è difficile perché bisogna aggiungere queste garanzie come audit, controllo, supervisione umana senza spegnere l’autonomia che rende utili gli agenti. È un equilibrio tra potere e responsabilità, ed è esattamente lì che si gioca l’adozione dell’AI in sanità, finanza, ambito legale e pubblica amministrazione.

Durante il tuo keynote hai parlato di “Provable Autonomy” e di un “AI Trust Layer”. Cosa significano questi concetti e perché saranno fondamentali per l’evoluzione dell’intelligenza artificiale?

“Provable Autonomy” significa che un agente può agire in autonomia mentre ogni sua azione resta verificabile, attribuibile e dentro confini imposti, non solo “ha funzionato”, bensì si può dimostrare cosa è successo e cosa è rimasto entro le regole. L’AI Trust Layer è l’infrastruttura che sta tra gli agenti di AI e i sistemi critici, in termini semplici ciò che fa rispettare e registra tutto questo. Saranno fondamentali perché il prossimo salto dell’AI non è solo modelli più potenti, è AI che agisce per nostro conto. Nei contesti ad alto rischio l’adozione non dipenderà dalla capacità grezza, ma dalla fiducia. Chi costruisce il livello di fiducia abilita tutto il resto.

Molte aziende guardano con preoccupazione all’EU AI Act. Perché ritieni, invece, che la compliance possa diventare un vantaggio competitivo?

Perché le cose che la regolamentazione chiede tracciabilità, supervisione umana, trasparenza, gestione del rischio sono le stesse che rendono un sistema di AI realmente adottabile nei settori regolati. Se le tratti come un costo da subire all’ultimo, sono un freno; se le progetti dentro il prodotto fin dall’inizio, diventano un vantaggio competitivo e una chiave d’accesso al mercato. Noi abbiamo costruito Hivemind con la compliance come funzionalità nativa, non come strato aggiunto dopo. In un mondo in cui tutti dovranno mettersi in regola, chi parte già conforme arriva prima.

Il tuo progetto ha già ottenuto importanti riconoscimenti internazionali. Quale risultato ti ha emozionato di più e quale ha rappresentato il punto di svolta per Hypereum?

Ogni riconoscimento ha avuto un peso diverso. Il sostegno di Emergent Ventures è arrivato da fuori dei circuiti tradizionali e ha validato la visione quando era ancora molto presto, per me è stato il punto di svolta, perché ha confermato che non stavo inseguendo un’idea solo mia. Sul piano tecnico, l’accesso alle infrastrutture HPC di UK Research and Innovation: tempo di calcolo su un supercomputer a Cambridge — è ciò che mi ha emozionato di più, perché mi ha dato strumenti che a 17 anni, da solo, non avrei mai potuto permettermi. A questi si aggiungono gli inviti a parlare a Cambridge e a Napoli.

A settembre inizierai il tuo percorso alla TU Delft. Quali obiettivi ti poni per i prossimi anni, sia dal punto di vista accademico che imprenditoriale?

Sul piano accademico voglio costruire fondamenta solide: la TU Delft è uno dei posti migliori in Europa per informatica e ingegneria, e voglio approfondire ciò che finora ho imparato soprattutto da autodidatta. Sul piano imprenditoriale l’obiettivo non cambia: portare avanti Hypereum in parallelo e far diventare Hivemind il livello di fiducia di riferimento per i sistemi multi-agente nei settori regolati. Nel concreto, arrivare a utilizzi reali in produzione e far crescere il prodotto insieme a chi lo usa davvero. Studiare e costruire non sono due percorsi separati, per me si alimentano a vicenda.

Guardando al panorama italiano, credi che oggi un giovane innovatore trovi un ecosistema favorevole oppure ci sia ancora molta strada da fare?

C’è tanto talento ed energia, questo è fuori discussione. Ma onestamente, sul fronte del capitale di rischio nelle fasi iniziali, dell’appetito per il rischio e dei ponti verso l’estero, c’è ancora molta strada da fare. Nel mio caso ho dovuto guardare fuori: ho costituito la società nel Regno Unito e i riconoscimenti più importanti sono arrivati da UK ed Europa. Non lo dico come critica, ma come constatazione, serve più capitale early-stage, meno diffidenza verso i fondatori giovani e collegamenti più forti con gli ecosistemi internazionali. Il potenziale per trattenere e far crescere chi costruisce qui c’è tutto ma vanno costruite le condizioni.

Se dovessi immaginare l’intelligenza artificiale tra dieci anni, quale sarà il cambiamento più significativo che vedremo nella vita quotidiana e nelle imprese?

Il cambiamento più grande sarà il passaggio dall’AI come strumento che interroghi all’AI come agente che agisce per tuo conto, sistemi che non si limitano a rispondere ma portano a termine compiti attraverso più strumenti e servizi. Nella vita quotidiana e nelle imprese questo sposta il problema dalla capacità che sarà data per scontata alla fiducia, chi controlla, verifica e governa questi agenti. La tecnologia decisiva non sarà solo il modello più intelligente, ma l’infrastruttura che rende quell’intelligenza affidabile e responsabile. È esattamente la direzione in cui lavoriamo.

Qual è il consiglio che daresti a un ragazzo o una ragazza che oggi ha 14 anni, la tua stessa età di allora, e sogna di costruire qualcosa di innovativo?

Studia, trova la tua vera passione, successivamente costruisci cose vere da subito, anche piccole e imperfette e mettile nel mondo, si impara facendo molto più che aspettando di sentirsi “pronti”. Non aspettare un permesso, un titolo o l’età giusta per iniziare, per esperienza personale posso garantire che quasi tutto quello che conta lo puoi imparare da solo, oggi più che mai. Scegli un problema che ti sembra davvero importante, non solo di moda, perché è quello che ti terrà in piedi quando diventa difficile. Parla con le persone: scrivi a chi stimi, fai domande, chiedi. Il peggio che può succedere è un no, inoltre durante questi mesi ho ricevuto molti no, forse troppi; nonostante ciò sono quei pochi “si” che ci permetteranno di raggiungere gli obbiettivi.
L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più a far parte della nostra quotidianità e, con essa, cresce la necessità di sviluppare tecnologie non solo potenti, ma anche affidabili, trasparenti e responsabili. In questo scenario, esperienze come quella di Giovanni De Lillo dimostrano come ricerca, innovazione e imprenditorialità possano procedere di pari passo, trasformando un’intuizione in una soluzione concreta per affrontare le sfide del futuro.

La sua visione invita a riflettere su un tema fondamentale: il vero progresso tecnologico non consiste soltanto nel creare sistemi sempre più intelligenti, ma nel renderli strumenti di cui persone, imprese e istituzioni possano fidarsi. Una sfida che riguarda non solo gli innovatori, ma l’intera società.