Dai Giovani Imprenditori alla guida della Piccola Industria, Fausto Bianchi racconta una leadership costruita nei territori, tra crescita dimensionale, rappresentanza e visione europea.
Fausto Bianchi arriva alla guida della Piccola Industria dopo un lungo percorso associativo iniziato nei Giovani Imprenditori e costruito nei territori. In questa intervista racconta la sua idea di leadership, le priorità per rendere le PMI più competitive e perché oggi fare rappresentanza significa essere sempre più vicini alle imprese.
Presidente, il suo percorso associativo è iniziato nei Giovani Imprenditori e oggi la porta alla guida della Piccola Industria. Guardandosi indietro, quali insegnamenti di quella stagione sente di portare ancora nel suo modo di interpretare la leadership e la rappresentanza?
Il mio percorso associativo in Confindustria è iniziato nel 2007 e si è costruito attraverso esperienze diverse ma complementari. Ho avuto la fortuna di crescere nei Giovani Imprenditori, prima sui territori e poi come presidente del Gruppo Giovani di Unindustria. È stata una scuola di leadership e confronto.
Da lì il percorso è proseguito tra innovazione, rappresentanza territoriale e Piccola Industria, fino alla guida nazionale.
Ho imparato che la rappresentanza non si esercita dall’alto, ma ascoltando le imprese, vivendo i territori e costruendo relazioni. I Giovani Imprenditori mi hanno insegnato che leadership significa creare le condizioni perché altri possano crescere.
Fin dai primi mesi del suo mandato ha insistito molto su un modello di Piccola Industria più partecipativo, vicino ai territori e capace di ascoltare direttamente imprese e associazioni. Quanto conta oggi, in un sistema complesso come quello italiano, riportare la rappresentanza ‘sul campo’?
Conta molto, perché oggi – a dispetto di quanto potrebbe lasciare pensare la diffusione dei media digitali o forse proprio per questo – la rappresentanza non può essere vissuta a distanza. Per capire davvero il sistema produttivo, devi stare nei territori, entrare nelle aziende e ascoltare chi affronta problemi concreti.
È da questa convinzione che nasce anche il lavoro che abbiamo avviato con i Centrali itineranti. L’idea è partire dai territori per leggere i cambiamenti e costruire una visione nazionale.
L’Italia è un Paese a capitalismo diffuso, costruito su PMI, filiere e territori. Per questo fare rappresentanza significa essere presenti, ascoltare le imprese e trasformare quell’ascolto in proposte concrete.
Lei appartiene a una generazione che ha vissuto il passaggio da un’economia analogica a una digitale, da mercati più stabili a scenari globali molto più frammentati. Oggi cosa significa fare impresa rispetto a quando ha iniziato?
Appartengo a una generazione che ha vissuto un cambiamento epocale: siamo passati da un’economia più stabile e analogica a un mondo completamente digitale, globale e molto più veloce. Quando ho iniziato, fare impresa significava soprattutto organizzare produzione, mercato e relazioni in contesti relativamente prevedibili. Oggi significa governare la complessità.
La vera differenza è la velocità con cui avvengono i cambiamenti. Innovazioni tecnologiche, trasformazioni dei mercati, evoluzione delle competenze e nuovi scenari globali si susseguono con una rapidità senza precedenti. E oggi l’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente il punto più avanzato di questa trasformazione. È una tecnologia destinata a cambiare modelli produttivi, organizzazione del lavoro, competitività e processi decisionali. Quello che ieri rappresentava un vantaggio competitivo, oggi può già essere superato. Per questo l’imprenditore deve essere non solo un gestore, ma un interprete del cambiamento, capace di innovare, adattarsi e costruire resilienza.
Ma c’è un elemento che resta immutato ed è il valore dell’impresa come motore di crescita, lavoro e responsabilità verso il territorio. Ed è proprio qui che le PMI italiane continuano a dimostrare la loro forza, evolvendosi senza perdere identità.
Le PMI sono state una risposta virtuosa alla crisi della grande fabbrica degli anni Settanta che, senza il coraggio e la capacità di quegli imprenditori, avrebbe rischiato di portare il Paese la deindustrializzazione. Oggi la sfida è la crescita dimensionale. Quali sono le leve più importanti da attivare per spingere alla crescita?
Per molti anni in Italia abbiamo raccontato che ‘piccolo è bello’. È un modello che ha avuto un ruolo importante nella tenuta economica e sociale del Paese e che continua a esprimere punti di forza straordinari, anche sui mercati internazionali. Oggi però non basta più. Dobbiamo dire con chiarezza che le micro devono diventare piccole, le piccole devono diventare medie, le medie grandi.
Crescere significa rafforzare l’organizzazione, attrarre competenze, investire in tecnologia, dotarsi di strumenti manageriali più evoluti. È prima di tutto un salto di cultura imprenditoriale. E la dimensione conta perché è direttamente collegata alla capacità di finanziare la transizione digitale, quella energetica e l’aumento della produttività che è un punto di debolezza sistemico molto penalizzante per la crescita e la competitività dell’Italia. Non esiste una ricetta unica, ma per tutte vale lo stesso principio: senza una cultura della crescita, oggi il rischio non è restare piccoli. È restare indietro.
Oggi molte imprese continuano a confrontarsi con emergenze immediate, a partire dal costo dell’energia e dalla volatilità dello scenario internazionale. Quali interventi ritiene prioritari per garantire la tenuta del sistema produttivo?
In una fase come questa la prima responsabilità delle istituzioni è mettere le imprese nelle condizioni di continuare a produrre e investire. Il tema dell’energia resta centrale, soprattutto per le aziende più piccole, che hanno meno margini per assorbire shock esterni. È necessario rendere il sistema energetico italiano più efficiente e meno penalizzante per le nostre imprese intervenendo, principalmente, sui meccanismi regolatori che incidono sulla formazione dei prezzi. Servono misure immediate che garantiscano stabilità e condizioni competitive rispetto ai principali partner europei. Senza questa base, ogni ragionamento sulla crescita rischia di restare teorico.
Guardando oltre la contingenza e alle sfide di medio-lungo periodo, quali sono oggi le priorità di policy su cui bisogna investire per rendere le PMI più solide e competitive?
Le priorità oggi sono tre. La prima è la patrimonializzazione, perché molte PMI hanno ancora una struttura finanziaria fragile. Rafforzare il capitale significa aumentare capacità di investimento e accesso a strumenti più evoluti. E significa anche mettere l’imprenditore alla prova, testare la sua reale intenzione di crescere.
La seconda, e forse oggi la più strategica, riguarda le aggregazioni. Dalle reti d’impresa fino a operazioni più strutturate di integrazione o acquisizione. Non è più solo un tema di massa critica, ma una questione sistemica. In un Paese che vive un progressivo declino demografico, creare continuità aziendale, rafforzare le filiere e mettere insieme competenze e dimensioni sarà sempre più decisivo per tenere competitivo il nostro tessuto produttivo.
Un segnale concreto arriva già dai territori, come dimostra M&Atching di Confindustria Bergamo, nato per accompagnare imprese e passaggi generazionali.
La terza è l’innovazione, che oggi coincide prima di tutto con la trasformazione digitale. Su questo l’Europa ha accumulato ritardi, l’Italia ancora di più. Secondo l’ultima relazione sul Decennio digitale, solo il 26,2% delle PMI italiane ha raggiunto un livello alto di intensità digitale. Colmare questo gap significa investire in tecnologie, competenze e capitale umano.
Digitale, sostenibilità, geopolitica, nuove catene del valore: le PMI sono spesso chiamate a cambiare rapidamente con risorse limitate. Dove vede oggi il vero vantaggio competitivo dell’impresa italiana?
Il vero vantaggio competitivo delle nostre imprese è sempre stato la capacità di adattarsi. Le piccole e medie imprese italiane hanno spesso una velocità decisionale e una capacità di leggere il cambiamento superiori a quelle di organizzazioni più rigide.
Uno studio pubblicato da Bpifrance Le Lab mostra che il 47% dell’export manifatturiero italiano è generato da imprese con meno di 250 addetti, contro il 5% in Francia. È un dato che conferma il ruolo centrale delle PMI. Una capacità che, per export, pone l’Italia ai primi posti al mondo.
Questa duttilità oggi è un vantaggio enorme, ma non basta più ragionare soltanto in una dimensione nazionale. Io credo che dobbiamo iniziare a parlare sempre più di impresa europea. In uno scenario dominato da grandi player globali, nessuna impresa e nessun Paese può competere da solo. Il vero vantaggio competitivo sarà quindi mettere insieme la nostra capacità manifatturiera, la cultura industriale, la qualità delle filiere e la velocità di adattamento con una visione sempre più europea dei mercati e della politica industriale.
Se oggi dovesse parlare a un giovane imprenditore che si avvicina per la prima volta al sistema associativo, cosa gli direbbe? Perché oggi vale ancora la pena scegliere di mettersi in gioco, non solo in azienda ma anche nella rappresentanza?
Gli direi che entrare nel sistema associativo non è tempo sottratto all’azienda, ma un investimento sulla propria crescita come imprenditore. Dal confronto con altri imprenditori arrivano idee, relazioni e soluzioni che da soli richiederebbero molto più tempo.
Lo dimostra anche il progetto Brand Ambassador, nato per dare voce direttamente agli imprenditori e rafforzare il legame tra associazione e territori.
Mettersi in gioco significa assumersi una responsabilità che va oltre la propria azienda. Significa contribuire a costruire un contesto migliore e trasformare esperienze individuali in valore collettivo.
C’è poi un aspetto che spesso si sottovaluta: fare associazione significa costruire relazioni vere con persone che vivono le tue stesse sfide. In un mestiere che spesso può essere molto solitario, questo ha un valore enorme. E forse lo riassume meglio di tutto una frase ascoltata durante il progetto Brand Ambassador, da una giovane imprenditrice: ‘e poi ci si diverte’.