Questa intervista nasce da un percorso di mentoring e da un confronto autentico tra due percorsi imprenditoriali, fatto di domande dirette, riflessioni sincere e qualche salutare uscita dalla comfort zone, di quelle che ti costringono a fermarti un attimo e a rimettere in ordine le idee. Tra scambi veri, momenti di confronto profondo e nuove consapevolezze, questo dialogo si è trasformato per me in uno spazio prezioso per mettere in discussione abitudini, rafforzare competenze e guardare al futuro con più lucidità, meno rigidità e un pizzico di sana ironia. Da qui prende forma il dialogo con Chiara Rossetto, per raccontare in modo diretto, semplice e autentico cosa significa oggi crescere professionalmente, fare impresa e continuare a migliorarsi senza perdere la propria identità, la propria voce… e il piacere di farlo a modo proprio.
Chiara, partiamo dall’inizio: come nasce il tuo percorso in Molino Rossetto e come sei riuscita, nel tempo, a tenere insieme tradizione, crescita e visione futura, affrontando le principali sfide?
Sono una figlia di mugnai, nata e cresciuta in un mulino. Fin da bambina ho respirato il valore del lavoro, della terra e della trasformazione del grano. Entrare in Molino Rossetto è stato naturale, ma il mio vero percorso è iniziato quando ho sentito il bisogno di dare a quella tradizione una visione nuova, più aperta e internazionale. Ho viaggiato, studiato i mercati e osservato come cambiavano le abitudini delle persone. Da lì è nata la scelta di innovare: dai prodotti come il khorasan e i preparati per pane, focacce e polenta, fino all’impegno nel biologico, nel senza glutine, nella valorizzazione dei grani antichi italiani, fino a introdurre recentemente sul mercato la prima e unica farina in confezione con tappo. Tutte le intuizioni, però, nascono sempre da un luogo semplice e quotidiano: la cucina di casa, dove ancora oggi testo le ricette con la mia famiglia e cerco di comprendere davvero le esigenze dei consumatori, tra gusto, praticità e sostenibilità. La sfida più grande è stata trovare un equilibrio tra passato e futuro: innovare senza perdere identità, crescere senza tradire le proprie radici.
Durante il percorso ho capito che il mentoring non si tratta solo di ricevere consigli, ma di imparare ad assumersi responsabilità, fare scelte difficili e uscire dalla zona di comfort.
Quali sono, secondo te, gli elementi fondamentali perché un percorso di mentoring funzioni davvero?
Un percorso di mentoring funziona quando si fonda su fiducia, ascolto e responsabilità. Il mentor non deve indicare la strada, ma aiutare l’altro a costruirla. Non si tratta di dare risposte, ma di insegnare a porsi le domande giuste. Ho imparato che il mentoring è spesso uno scambio reciproco. L’esperienza come testimonial di Oxfam Italia per la campagna Sfido la fame ne è un esempio forte: andando in Ecuador ho incontrato donne rurali straordinarie che, pur vivendo condizioni difficilissime, mostrano ogni giorno una forza e una dignità incredibili. In quei momenti ho capito che si può imparare moltissimo anche da chi affronta la vita da prospettive completamente diverse dalla nostra.
Nel mentoring, quanto contano la preparazione e il carattere nel determinare la crescita del mentee?
Contano entrambi in modo determinante. La preparazione fornisce gli strumenti, ma è il carattere che permette di usarli davvero. Senza carattere, la competenza resta teoria; senza competenza, il carattere rischia di diventare istinto. L’incontro con le donne dell’Ecuador mi ha ricordato che spesso la resilienza, la determinazione e il senso di responsabilità valgono quanto, se non più, delle risorse materiali. Nel mentoring, come nella vita professionale, è l’equilibrio tra testa e cuore a generare una crescita autentica.
Da mentor, che consiglio concreto daresti oggi a una giovane imprenditrice o a un giovane leader che vuole affermarsi senza snaturarsi, e quale competenza ritieni oggi indispensabile per crescere davvero?
Direi loro di ascoltare molto. Ascoltare altri imprenditori, collaboratori, persone con più esperienza. Ogni confronto può diventare un’opportunità di apprendimento. Ma direi anche una cosa fondamentale: ascoltare non significa rinunciare alle proprie ambizioni.
A un certo punto serve il coraggio di scegliere, di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e di seguire la propria visione, anche quando è diversa da quella degli altri. I mentor mi hanno insegnato proprio questo: non a imitare, ma a trovare la mia strada. Oggi la competenza indispensabile è la capacità di tenere insieme visione personale, adattabilità e coerenza, restando fedeli a se stessi anche in un contesto che cambia continuamente.
Cosa cambia, secondo te, in una persona dopo un percorso di mentoring, sia dal punto di vista professionale che personale?
Cambia soprattutto lo sguardo. Professionalmente si acquisisce metodo, chiarezza e capacità decisionale. Personalmente cresce la consapevolezza di sé. Il mentoring aiuta a comprendere che la leadership non è controllo, ma responsabilità verso gli altri.
Guardando al tuo percorso professionale, quali scelte e quali persone hanno contribuito di più alla tua crescita, aiutandoti a costruire nel tempo una leadership?
Sono sempre stata ispirata da altri imprenditori, dai miei collaboratori e dalle persone incontrate lungo il percorso. Ogni confronto mi ha aiutata a crescere e ad ampliare la mia visione. I mentor hanno avuto un ruolo centrale: mi hanno insegnato l’importanza dell’ascolto, ma soprattutto il coraggio di decidere. Ho imparato che la leadership non nasce dal voler piacere a tutti, ma dalla capacità di assumersi responsabilità e portare avanti le proprie ambizioni con rispetto e determinazione. Nel tempo ho capito che la vera crescita nasce dall’incontro tra ciò che impari dagli altri e ciò che senti profondamente tuo. È così che ho costruito il mio stile di leadership: aperto al dialogo, ma guidato da una visione chiara.
Cosa ti ha messo maggiormente in discussione, come mentor, e cosa hai imparato da queste esperienze nel tuo percorso professionale e personale?
La vera sfida, per me, è me stessa. Ogni percorso come mentor mi spinge a superare i miei limiti, a voler migliorare sempre di più e a trovare nuove modalità per crescere insieme agli altri. Ho imparato che la leadership non riguarda solo guidare, ma anche allenare coraggio, resilienza e consapevolezza personale, accettando che ogni esperienza, ogni scelta difficile e ogni confronto siano occasioni per crescere davvero. Così il mentoring diventa non solo uno strumento per far crescere gli altri, ma anche un modo per superare continuamente se stessi e alzare lo standard personale, giorno dopo giorno.