Quale impresa

Come crescere in Europa

Intervista a Marco Nocivelli, Vicepresidente Confindustria per le politiche industriali e il Made in Italy

D: Digitalizzazione e sostenibilità sono i due driver di crescita su cui si gioca la competitività dell’Europa. Quale politica industriale mettere in atto per accelerare questi processi?

R: È importante che l’Europa cambi prospettiva e metta al centro delle sue politiche la competitività del mondo produttivo. Digitalizzazione e sostenibilità sono due facce della stessa medaglia e non è un caso che si parli sempre di “twin transition”. Il rapporto tra le tecnologie digitali, la lotta al cambiamento climatico, la sostenibilità ambientale ed energetica e l’economia circolare è sempre più stretto e interconnesso, perché le tecnologie digitali possono essere utilizzate in tutti i settori produttivi e in tutte le realtà aziendali indipendentemente dalle dimensioni. Sono essenziali per la competitività perché consentono alle imprese di innovare, di migliorare la qualità dei prodotti e dei servizi offerti e di definire nuovi modelli di business.

Ma se non vogliamo perdere capacità produttiva non solo in Italia, ma in tutta Europa, dobbiamo mettere le imprese nelle condizioni di competere a livello internazionale. Dobbiamo aiutarle ad affrontare la transizione digitale e green, che significa ripensare i processi produttivi e avviare investimenti in nuove tecnologie, con un impegno enorme in termini di risorse finanziarie e umane. La politica industriale deve, perciò aiutare con delle norme che tengano conto delle esigenze delle imprese e favorendo investimenti e formazione delle persone.

 

D: Il nuovo Piano Transizione 5.0 è una misura portante del nuovo Pnrr. È arrivato troppo tardi o può ancora rappresentare un’opportunità per realizzare progetti di innovazione per la crescita del Paese? In che modo?

R: Transizione 5.0 è uno strumento di politica industriale essenziale per la competitività. Si aggiungono 6,3 miliardi ai 6,4 miliardi del Piano 4.0 per realizzare progetti di innovazione che, oltre agli investimenti per la digitalizzazione, favoriscano anche la riduzione dei consumi energetici. Non era per niente scontato ottenere tali risorse, specie sapendo il livello di debito pubblico del paese. L’impegno di Confindustria è stato massimo, anche perchè lavoriamo costantemente in una logica di crescita del Paese, nella convinzione che un sistema industriale moderno e competitivo sia la chiave per consentire lo sviluppo di una società altrettanto moderna e inclusiva.
Ora questo provvedimento può dare un nuovo impulso agli investimenti in macchinari e software che, in attesa della definizione delle regole di accesso all’incentivo, hanno subito un forte rallentamento. Considerata la complessità della misura, sia in termini di obiettivi fissati sia di adempimenti e procedure, la vera sfida sarà utilizzare tutte queste risorse entro il 2025. Il nostro obiettivo è cogliere questa opportunità, e mostrare che i miliardi messi a disposizione sono ben spesi e permettono di raggiungere più velocemente gli obiettivi del PNRR.
Bisogna poi ricordare che le imprese, soprattutto le realtà più piccole, hanno bisogno di poter contare su strumenti di politica industriale di medio-lungo periodo, più strutturali e stabili, che le possano supportare nei processi di transizione e negli investimenti per una “decarbonizzazione competitiva”, e supporteremo questa posizione presso le autorità.

 

D: Il costo dell’energia resta un tema centrale: la nostra industria sta lasciando sul terreno capacità produttiva perché penalizzata da un prezzo maggiore rispetto a quello degli altri Paesi come ad esempio Francia e Spagna. Quali azioni dovrebbe intraprendere l’Europa? Cosa pensa del nucleare?

R: Un mercato dell’energia più equilibrato in tutta Europa potrebbe dare un grande slancio. Il costo dell’energia elettrica pesa sui bilanci delle imprese italiane più del doppio rispetto alla Francia e, malgrado vi siano progressi sulle rinnovabili, le fonti fossili continuano a pesare per un 39% dei 183 TWh di energia elettrica consumata dall’inizio dell’anno, sapendo che l’energia elettrica rappresenta solo il 16% dei consumi di energia del paese. In questo contesto anche la Commissione Europea ha riconosciuto il nucleare come fonte strategica per aiutare la Transizione Green. È una fonte che contribuisce alla sicurezza e all’autonomia energetica nazionale ed europea, mantenendo stabili le reti elettriche e diversificando le fonti e le rotte di approvvigionamento. I piccoli reattori modulari, come gli Small Modular Reactors (SMR) e gli Advanced Modular Reactors, di cui proponiamo l’introduzione, sono il frutto di tecnologie innovative che appaiono ormai pronte, ed è per questo che siamo felici che il governo abbia inglobato questa scelta nell’aggiornamento del Piano Energia e Clima inviato a Bruxelles a giugno.

Ricordiamo, infine, che le emissioni non si fermano ai confini nazionali o europei. Perché possiamo anche abbattere le nostre, ma se il resto del mondo non ci segue, allora le nostre azioni sono inutili o addirittura dannose. La Ue è responsabile solo del 7% delle emissioni globali, le ha ridotte molto negli ultimi 15 anni, ma Usa e Cina non hanno fatto lo stesso. Ecco perché insieme alle Confindustrie Europee ci aspetta un impegnativo confronto con Bruxelles e la nuova Commissione. L’industria italiana ed europea difenderà sempre la neutralità tecnologica come miglior strumento per raggiungere gli obiettivi di tutela dell’ambiente, e per questo chiederà un’applicazione più realistica e graduale del GreenDeal che eviti delle insensate battaglie ideologiche.

 

D: Con l’approvazione dell’AI Act, l’Europa si propone come apripista, e anche modello, per la regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Anche in questo campo, l’Europa sembra aver assunto un atteggiamento iper-regolatorio e meno orientato allo sviluppo delle potenzialità?

R: L’IA rappresenta un driver di crescita, con enormi potenzialità. È importante non approcciarla solo con spirito difensivo che ne limiti le possibilità di sviluppo, ma sostenere gli investimenti in questo campo come in quello digitale e della transizione green. Dobbiamo aprire la strada alle più ampie sperimentazioni possibili – sia per le imprese grandi, sia per le piccole, in tutti i comparti, dalla manifattura ai servizi – se non vogliamo restare indietro rispetto ai nostri competitor.

Mi aspetto che la nuova Commissione Europea, imparando dagli errori della precedente, riesca ad avere quel “colpo di reni” necessario a mettere in campo le risorse necessarie per recuperare il gap che abbiamo rispetto a Cina e Stati Uniti su molti fronti: dai microprocessori di ultima generazione alla capacità computazionale, dalle materie prime critiche all’Intelligenza Artificiale. In pratica si trattta di avere l’atteggiamento mostrato con i 750 miliardi di euro di risorse comuni del Next Generation Eu post Covid, evitando di cadere nella tentazione regolatoria che rischia di essere un boomerang

 

D: In Italia abbiamo un andamento demografico calante, la fuga dei cervelli e il mismatch tra domanda e offerta di capitale umano. Per affrontare queste sfide la manodopera specializzata è un fattore determinante. Come affrontare il problema? Che ruolo possono giocare gli istituti di ricerca, le università e i Dih nel far crescere le competenze delle imprese?

R: La formazione dei giovani al lavoro è un tema di fondamentale importanza per noi perché il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro costa alle imprese circa 43,9 miliardi l’anno (2023) miliardi l’anno. Contemporaneamente, lo Stato nelle università pubbliche per formare i laureati investe circa 10 mila euro all’anno e, nonostante questo, spesso moltissimi giovani scelgono di andare a lavorare all’estero, vanificando per la società italiana un investimento importante. È necessario allineare domanda ed offerta di lavoro, innanzitutto potenziando la rete degli Its. Inoltre, dobbiamo trattenere i nostri giovani in Italia e attrarre cervelli dall’estero (sia italiani che ritornano sia stranieri) anche per sostenere la richiesta di professionalità che saranno necessarie per il pieno sviluppo del 5.0. Per le imprese poi la possibilità di trovare competenze adeguate è determinante per l’attuazione dei progetti. In questo senso, università, centri di ricerca, competence center sono fondamentali, così come il ruolo dei Digital Innovation Hub, che in questi anni hanno affiancato migliaia di piccole e medie imprese e le hanno avvicinate al mondo del 4.0. I DIH potranno continuare a svolgere un ruolo di riferimento anche per l’intelligenza artificiale e la cybersecurity, valorizzando i dati raccolti mediante l’interconnessione delle macchine. Questo network si sta rafforzando anche grazie alle risorse del Pnrr che il Mimit ha dedicato alla creazione di sei poli di innovazione digitale. Confindustria ha partecipato al bando con una proposta che è poi risultata prima in graduatoria. I Dih sono diffusi capillarmente sul territorio e, facendo parte del sistema Confindustria, sono molto prossimi alle imprese, in grado di stimolare la loro domanda di innovazione, mostrando loro applicazioni pratiche delle nuove tecnologie e favorendone la diffusione all’interno delle filiere in cui operano.