«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Da “La luna e i falò”, nelle Langhe degli anni Cinquanta, in un viaggio immaginario lungo lo Stivale, le parole di Cesare Pavese risuonano oggi fino alla provincia di Avellino. Tra le colline dell’Irpinia da più di trecento anni la famiglia Mastroberardino – giunta all’undicesima generazione – custodisce una storia che contribuisce a salvare e valorizzare alcuni dei vitigni più antichi del Sud Italia. Ma non è solo storia. Lo scorso novembre la prestigiosa rivista americana Wine Enthusiast ha incoronato lo Stilèma-Taurasi 2018 DOCG Riserva di Mastroberardino come miglior vino nel mondo. Un vino profondamente legato alla tradizione e, al tempo stesso – come definito in The Enthusiast 100 – «vibrante di vita e prospettive». Un vino emblematico perché è, al contempo, il racconto liquido di un territorio e del possibile equilibrio tra valorizzazione del passato e visione del futuro di un Paese.
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo. È così anche nel nostro Paese, una delle culle del vino più rinomate fin dai tempi dell’antica Roma. Il vino italiano non è solo un prodotto di pregio: è memoria, identità, racconto, progetto. Piero Mastroberardino, dalla metà degli anni Novanta al timone della cantina di famiglia con sede ad Atripalda, rappresenta oggi una delle voci più autorevoli nel dialogo tra tradizione e innovazione del vino italiano. Lo abbiamo intervistato lasciandoci ispirare dalla sua storia, ma anche dai dati statistici che continuano a restituire una fotografia di giovani in fuga, alla ricerca di futuro altrove, soprattutto all’estero. Le parole di Mastroberardino si muovono, invece, in direzione ostinata e contraria, tessendo un fil rouge – ma anche bianco e rosato – verso un altro possibile orizzonte: costruire valore a partire dal territorio. E questo non è, forse, un modo concreto di dare forma al sogno italiano?
In un tempo scandito dalla velocità e dai ritmi della tecnologia, il vino continua a essere il prodotto dell’attesa, della fiducia nel tempo lungo. Stilèma 2018 ne è una dimostrazione. Il prestigioso riconoscimento arrivato di recente da Wine Enthusiast premia un percorso imprenditoriale familiare, oltre che vitivinicolo. Qual è il giusto blend per costruire qualcosa che duri nel tempo?
Penso che un progetto innovativo di successo, nell’ambito del mondo del vino, possa durare nel tempo se ha radici profonde, se è in grado di far tesoro delle esperienze vissute, valorizzandole senza subirne eccessivi condizionamenti. Il caso di Stilèma Taurasi Riserva è emblematico. Quando ho messo a punto il concept di quel vino, nel corso dell’anno 2014, avevo in mente un’idea da realizzare, fortemente in controtendenza, per certi versi rivoluzionaria rispetto ai canoni correnti. Era guidata da un’emozione, l’idea di ridare vita agli stili dei grandi Taurasi prodotti da mio padre negli anni Sessanta, e dalla mia personale passione per quel concetto di essenzialità espressiva con cui sono stato educato al culto dei grandi vini, che tuttora, dopo lunghissimo invecchiamento, li identifica e li contraddistingue. Le conoscenze tecniche di oggi hanno poi consentito di elevare ulteriormente l’asticella sotto il profilo qualitativo e spingerci anche oltre le aspettative.
C’era qualcosa, in questa idea, che lasciava già intravedere un possibile successo?
In verità, quando ho presentato il primo risultato di quella sperimentazione, relativa alla vendemmia 2015, ho registrato non poche perplessità soprattutto dagli uomini che si confrontano sui mercati, preoccupati che quel passo fosse troppo azzardato e difficile da comprendere per il nostro usuale pubblico di appassionati. Non è stato facile, inizialmente, convincerli ad accettare la sfida.
Il tempo le ha dato ragione… Nel 2025 è arrivato il riconoscimento di miglior vino nel mondo…
A distanza di sole tre vendemmie, all’atto del rilascio sul mercato del millesimo 2018, avvenuto alla fine del 2025, è giunto un riconoscimento globale, eclatante quanto inatteso. Quel cambiamento oggi è una realtà, ma averlo intravisto, interpretato e tramutato in atto, oltre dieci anni prima, mi gratifica.
Il successo di Stilèma potrebbe essere un caso-studio per i giovani imprenditori. Da docente, cosa porrebbe in evidenza?
Credo che l’insegnamento da trarre da questo racconto riguardi la visione del futuro, una qualità che un imprenditore spera sempre di avere e di non perdere mai, poiché è il sale dell’intrapresa: un propulsore indefinibile che consente di rinnovare costantemente la propria formula e riaffermare il ruolo di esploratori e costruttori del proprio futuro.
Ma la strada è fatta anche di ostacoli, e di inciampi…
La più importante lezione che ho appreso nel fare impresa ha a che fare con la tenacia, un’altra di quelle risorse che non dovrebbe mai esaurirsi nell’animo degli uomini d’impresa. L’intraprendere è un percorso senza fine, in cui ogniqualvolta ritieni di aver raggiunto un risultato concreto e stabile puntualmente lo scenario muta, il bersaglio si sposta, ti costringe continuamente a correggere il tiro. E tu sei lì, con la tua forza d’animo, a esplorare di nuovo l’ignoto con tutto il suo fascino, scrutando l’orizzonte e ingegnandoti per mettere a punto il tuo prossimo piano d’azione. Spesso ti ritrovi solo a rimuginare, nel cuore della notte, mentre in testa mille problemi rincorrono soluzioni e viceversa, in un processo caotico che si nutre di quel senso di indeterminatezza ben noto a chi sopporta il peso e il rischio della responsabilità della decisione. C’è una magia, nel fare impresa, che va compresa, e che ricongiunge scienza e arte: due mondi apparentemente distanti, ma inevitabilmente compresenti. I saperi tecnici guidano l’agire imprenditoriale, ma non possono prescindere dalla creatività, dalla capacità di uscire dagli schemi, di sperimentare anche con un pizzico di follia, di osare in ambiti in cui la testa suggerirebbe di non spingersi, eppure è lì che spesso si nasconde il genio.
Cosa intende, di preciso?
Riuscire a maturare la consapevolezza dell’esistenza di questa zona grigia, in cui gli emisferi cerebrali si toccano, scatenando la forza generativa che tramuta il sogno in un’idea e questa in un progetto, e poi in qualcosa di tangibile, è senza dubbio un’attitudine distintiva. E, ancora, la sete di conoscenza, quella tensione essenziale che muove l’individuo verso la scoperta, che lo plasma continuamente ponendolo di fronte a nuove mete che, quando raggiunte, si tramutano in tappe intermedie rispetto a mete ulteriori.
Se le colonne d’Ercole si spostano sempre un po’ più in là, cosa rimane delle radici?
Le radici rappresentano un solido ancoraggio, forniscono le coordinate per la navigazione, sono un costante richiamo a non perdere di vista le cose che contano. Le radici aiutano a superare le difficoltà contingenti e a ridimensionarle al cospetto del più grande disegno: un sistema di valori che connette vicende, generazioni, momenti storici diversi.
Le radici di Mastroberardino oggi riescono a raccontare, nel mondo, i vitigni autoctoni dell’intera Irpinia…
Nel nostro caso le radici emergono possenti da tre secoli di documenti di un’impresa familiare, in cui la viticoltura classica è una costante, con i vitigni e i vini che ne scaturiscono. Le nostre radici sono la testimonianza di come, malgrado epocali cambiamenti sulla scena globale, alcuni punti di riferimento siano rimasti saldi e tuttora costituiscano l’architrave di un territorio e la testimonianza di una storia di secoli di sforzi di individui che ci hanno creduto, che hanno lottato contro forze ostili per uscire dal guscio, per portar fuori dai confini i frutti del loro lavoro, nobilitare la propria casa e la propria terra.
Sono rari i territori che possono fornire evidenza concreta di questa continuità, di questo impegno ininterrotto. La nostra famiglia, con i suoi archivi documentali, ma soprattutto con le sue libraries di bottiglie antiche, può testimoniarlo, a beneficio dell’intero movimento enoico nazionale e internazionale.
Che cos’è, per lei, l’impresa?
L’impresa è, in prima analisi, il luogo ideale in cui l’individuo si confronta con la capacità di tramutare il pensiero in atto. È poi un ambito in cui manifestare la propria sensibilità culturale e, attraverso quella, leggere e interpretare i grandi cambiamenti. È un enorme privilegio poter sperimentare sé stessi e le proprie attitudini in un contesto che l’attore può costantemente mutare col proprio agire.
Quanto conta l’ispirazione alla cultura? Quanto conta l’Arte?
L’arte e la cultura in genere rappresentano un enorme amplificatore di orizzonti. Non vanno vissute strumentalmente, non bisogna ridurle a veicoli per soddisfare il proprio narcisismo, o per rappresentare ad altri ciò che non si è o in cui non si crede. In fin dei conti servirebbe a poco. Vivere in azienda, sentire la cantina come parte della casa di famiglia e viceversa, punteggiare il cammino tra le botti di opere d’arte di diverse epoche storiche è stata per noi una costante che ha indotto in tutti i collaboratori e nei tantissimi visitatori un grande senso di rispetto per il lavoro e per i valori aziendali. Avere una Art Gallery lungo il percorso ove si svolgono le normali operazioni di invecchiamento e affinamento dei vini dà un senso di serenità, di condivisione, di proiezione.
I giovani sono quasi sempre fautori del cambiamento. Oggi è più coraggioso chi innova o chi custodisce la tradizione?
Non v’è tradizione di successo che possa essere custodita senza essere oggetto di un processo di costante innovazione. Una storia d’impresa che si tramanda per generazioni è fatta di continua ricerca di frontiere nuove, di nuove formule di business, di nuovi assetti organizzativi, poiché l’ambiente competitivo è caratterizzato da incessanti cambiamenti. La chiave è riuscire a innovare senza rinnegare le proprie origini e la propria storia, che in questo modo diviene un generatore di forza competitiva e un pungolo a proseguire in un processo costruttivo che si avvale delle esperienze passate per generarne di nuove. Vi sono mutamenti di tipo radicale, che richiedono interventi più profondi sulla formula di business, apertura di sentieri inesplorati e dunque soggetti a un grado di rischio più elevato, e mutamenti di tipo incrementale, che si innestano su traiettorie già tracciate, in ambiti già testati. Nella vita di chi fa impresa situazioni anche molto diverse tra loro si presentano senza soluzione di continuità. Il coraggio, quindi, è un carattere dal quale chi fa impresa non può prescindere: è la consapevolezza di confrontarsi giorno per giorno con la propria capacità di creare valore, per i propri cari e per tutti gli attori che confidano nella sua visione e nella bontà e lungimiranza delle sue scelte, restando intimamente legato al senso di responsabilità.