Quale impresa

Brasile: molto più di un mercato Perché il Mercosur cambia la geografia dell’impresa italiana

Nel pieno della ridefinizione degli equilibri economici globali, mentre le catene del valore si riorganizzano e le imprese cercano nuovi mercati affidabili, il Brasile torna al centro della strategia internazionale dell’Europa. L’Accordo di libero scambio UE–Mercosur non rappresenta soltanto la più ampia intesa commerciale mai negoziata dall’Unione: segna l’inizio di una nuova fase nelle relazioni economiche tra Europa e America Latina, destinata a incidere sulla competitività delle imprese, sulla sicurezza delle filiere produttive e sulla transizione energetica.

Non è un caso che il Brasile continui a esercitare un fascino particolare anche sul piano culturale. Jorge Amado lo descriveva come «la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione»: una definizione che restituisce efficacemente la natura di un Paese capace di coniugare dimensioni continentali, straordinaria ricchezza di risorse naturali, dinamismo imprenditoriale e complessità istituzionale. È proprio questa complessità, più che la contraddizione, a rappresentare oggi una delle principali opportunità per il sistema produttivo italiano. Per molti anni il Brasile è stato osservato prevalentemente come un grande mercato di sbocco. Oggi questa lettura appare riduttiva. Il Brasile rappresenta per l’Europa molto più di un partner commerciale: costituisce un tassello fondamentale della sicurezza economica del continente.

Con oltre 215 milioni di abitanti, il Brasile, nona economia mondiale e la più grande dell’America Latina (nel 2025 il PIL nominale ha raggiunto 2.280 miliardi di dollari), rappresenta un mercato di particolare rilievo. A renderlo interessante contribuisce la sua funzione di porta di accesso al Mercosur, un’area economica che supera i 260 milioni di consumatori. In questo scenario la storica presenza italiana costituisce un vantaggio competitivo quasi unico. L’esperienza di imprese come Olivetti – che già negli anni ‘50 stabilì una fabbrica a San Paolo con un approccio innovativo focalizzato sull’architettura industriale e il benessere dei lavoratori – o Fiat, Pirelli ed Enel, che hanno costruito la propria presenza imparando a dialogare con il contesto locale, senza rinunciare alla propria identità industriale, dimostrano visione a lungo termine. Le imprese italiane che hanno consolidato la propria presenza in Brasile hanno dimostrato che la qualità del prodotto costituisce soltanto il punto di partenza. Occorre saper leggere una cultura economica nella quale la flessibilità, la relazione personale e la capacità di adattamento rappresentano un vantaggio competitivo. È in questo contesto che si inserisce anche il cosiddetto jeitinho brasileiro, spesso banalizzato come semplice arte di arrangiarsi, ma più correttamente interpretabile come ricerca pragmatica di soluzioni all’interno di relazioni consolidate. Negli ultimi decenni questi legami si sono tradotti in azione: investimenti, partnership industriali e filiere produttive sempre più integrate hanno delineato nuove rotte di competitività. Oggi il gigante sudamericano importa in Italia, prevalentemente, materie prime e prodotti di base come carta e cellulosa, metalli, caffè, soia, carne. Il Bel Paese, invece, esporta in Brasile macchinari industriali e apparecchiature elettriche, prodotti chimici, veicoli, rimorchi, semirimorchi e prodotti farmaceutici. Il Brasile rappresenta oggi una piattaforma privilegiata per l’espansione delle imprese italiane nell’intero mercato latino-americano: sono 1.104 le aziende italiane in Brasile (dati Camera di Commercio Italiana di San Paolo – Italcam), molte delle quali con impianti produttivi in settori strategici come energia, automotive, infrastrutture, telecomunicazioni, tecnologie digitali, e agro-alimentare. Basti pensare che, nel 2024, gli investimenti e le commesse concluse da gruppi e imprese italiane nel Paese hanno superato i 41 miliardi di euro. Il nostro Paese è, infatti, il secondo partner commerciale europeo del Brasile dopo la Germania, e settimo a livello mondiale, confermandosi hub europeo per innovazione industriale, design e tecnologia, ed entro il 2036 potrebbe registrare un aumento delle esportazioni pari a circa 3,5 miliardi di dollari (report Agenzia Ice “L’accordo di partneriato economico Ue-Mercosur: contenuti e potenziali effetti”).

I legami storici e un rinnovato impegno politico hanno rafforzato la cooperazione bilaterale, creando un contesto favorevole per gli investimenti a lungo termine e collaborazioni strategiche. Questo scenario è stato al centro dell’incontro “Fare business in Brasile: opportunità concrete per le aziende campane”, promosso da LIDE Italia insieme a Confindustria Campania e ai Giovani Imprenditori di Confindustria Campania presso l’Unione Industriali di Napoli. Tra i relatori intervenuti lo scorso 12 maggio, Antonio Zaccariello, componente della delegazione nazionale all’internazionalizzazione dei Giovani Imprenditori Confindustria e Vicepresidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Caserta. L’iniziativa ha offerto alle imprese un’occasione di confronto operativo sul nuovo Accordo UE-Mercosur e sulle prospettive di investimento nel mercato brasiliano. In un momento storico di grigiume dovuto a caro energia e guerre commerciali, con l’Accordo commerciale UE–Mercosur, in applicazione provvisoria dal 1° maggio, si scorgono, quindi, nuove speranze. La maggiore prevedibilità regolatoria, le minori barriere tariffarie e, in generale, le migliori condizioni di accesso previste per il mercato più importante del Mercosur creano le condizioni per nuove opportunità di integrazione nelle filiere produttive locali. In particolare, il progressivo abbattimento dei dazi su prodotti agro-alimentari (in precedenza, fino al 35% per vino e gli alcolici, 20% per il cioccolato, e fino al 31,5 % per l’olio d’oliva), su automobili (precedentemente fino al 35%), macchinari (precedentemente tra il 14% e il 20%), prodotti farmaceutici (precedentemente fino al 14%), abbigliamento e molti altri prodotti, si stima che consentirà alle imprese dell’Unione di risparmiare oltre 4 miliardi di euro all’anno. Di particolare rilievo, poi, l’accesso sostenibile alle materie prime critiche: il Mercosur è un fornitore cruciale di materiali essenziali per la transizione verde e quella digitale. L’UE, per esempio, importa da questa regione l’82% del suo niobio per produrre magneti superconduttori utilizzati negli scanner a risonanza magnetica e nella cura dei tumori. Inoltre, non va trascurato che le imprese dell’UE potranno partecipare alle gare d’appalto pubbliche del Mercosur (il mercato federale degli appalti del Brasile supera, da solo, gli 8 miliardi di euro all’anno).

Quali opportunità per le imprese italiane

Nel suo celebre «Brasile, Paese del futuro», Stefan Zweig colse la straordinaria capacità del Paese di integrare culture, risorse e prospettive diverse. «Basta mettere piede in Brasile per sentire l’anima schiudersi e divenire leggera». Quelle definizioni coniate dallo scrittore austriaco nel 1941 appaiono oggi molto più concrete, perché in grado di permeare le opportunità di business che un ambiente così dinamico e in evoluzione offre alle imprese italiane. Le opportunità si concentrano lungo cinque grandi direttrici. Innanzitutto, il Brasile vanta una delle matrici energetiche più pulite al mondo, con una forte incidenza di fonti rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico, biomassa e biocarburanti). L’expertise italiana nei campi dell’ingegneria, dell’automazione, dell’efficienza energetica e delle tecnologie per reti intelligenti può quindi trovare ampi spazi di collaborazione. In particolare, la complementarità tra i due Paesi è elevata in relazione all’idrogeno verde, ai biocarburanti e alle infrastrutture energetiche. La seconda opportunità per le imprese italiane riguarda la possibilità di offrire soluzioni avanzate nel settore dell’Agritech, dell’Agroindustria sostenibile e della sicurezza alimentare. L’agrobusiness brasiliano sta evolvendo verso una maggiore sostenibilità e innovazione, e la domanda brasiliana di efficienza e qualità di filiera si sposa perfettamente con le competenze italiane in agromeccanica, sensoristica, irrigazione intelligente, tracciabilità, tecnologie post-raccolta, trasformazione alimentare e packaging. È atteso un aumento di quasi il 50% delle esportazioni di prodotti agricoli dell’UE. Un dato positivo che si estende anche al pet food: il Brasile rappresenta il secondo mercato mondiale per i mangimi italiani, nonostante costino tre volte tanto quelli locali, perché garanzia di elevati standard di qualità e controllo dei prodotti organici. La terza opportunità è data dal settore sanitario: quello brasiliano è l’ottavo più grande a livello globale e presenta un mercato in espansione soprattutto per dispositivi medici, digital health, tecnologie ospedaliere, diagnostica e soluzioni biotech. L’Italia può quindi capitalizzare nel mercato della salute, dei dispositivi medici e del biotech applicato, attraverso partnership industriali e sperimentazione locale. La quarta opportunità riguarda le infrastrutture, per le quali sono previsti investimenti record (circa 300 miliardi di reais nel 2026). Un dato che crea opportunità per le imprese produttrici di macchinari, componentistica, o comunque attive nell’automazione, nell’ingegneria, nella sicurezza, nella manutenzione e nelle tecnologie per l’efficienza di impianti e reti. La presenza consolidata di gruppi italiani in settori come quello autostradale, dell’automotive, delle telecomunicazioni e dell’acciaio testimonia l’interoperabilità industriale esistente. Infine, la più recente politica industriale brasiliana mira a incrementare la competitività e la digitalizzazione delle imprese. Le PMI italiane possono offrire soluzioni in automazione, IIoT (Industrial Internet of Things), data analytics, controllo qualità, manutenzione predittiva e digitalizzazione dei processi produttivi, sfruttando la complementarità tra l’ecosistema tecnologico brasiliano e la specializzazione industriale italiana.

L’accordo tra Unione Europea e Mercosur rappresenta un passaggio chiave per il rafforzamento delle relazioni economiche tra Brasile e Italia, a patto, però, che governi, imprese e istituzioni operino in modo coordinato per valorizzare appieno il nuovo quadro internazionale. Non si tratta solo di un accordo commerciale, ma di una nuova stagione di sviluppo internazionale. Le imprese italiane possiedono qualità manifatturiera, competenze tecnologiche, capacità progettuale e una cultura industriale riconosciuta nel mondo che possono far diventare l’Italia uno dei protagonisti di questo scenario. In questo senso il Brasile rappresenta una delle sfide più interessanti del prossimo decennio. Una sfida che riguarda anche la leadership: fare impresa in Brasile significa comprendere una cultura economica profondamente relazionale. In Raízes do Brasil, Sérgio Buarque de Holanda descriveva il cosiddetto homem cordial, espressione spesso equivocata come sinonimo di cordialità o gentilezza, che in realtà indicava una società nella quale la fiducia personale precede la formalizzazione del rapporto economico. È una chiave di lettura ancora attuale: nel mercato brasiliano il contratto conclude una relazione che è stata costruita nel tempo, non la sostituisce. Il Brasile non chiede alle imprese soltanto investimenti, ma presenza, continuità e capacità di costruire relazioni. I dirigenti brasiliani continuano ad avere rilevanza internazionale perché si formano in uno degli ambienti imprenditoriali più dinamici al mondo, nel quale la costruzione della fiducia personale continua a rappresentare una componente essenziale della leadership. È forse questa la lezione più importante che il gigante sudamericano offre oggi all’industria italiana: nell’economia globale il vantaggio competitivo non nasce soltanto dall’innovazione tecnologica, ma dalla qualità dei rapporti che un’impresa è capace di costruire nel tempo.